08 Dicembre 2016, 00:11

Sinistra stampella di Renzi? Fantapolitica

Presidente Vendola, Giuliano Pisapia lancia "Campo largo", una formazione di sinistra che si allei con Renzi. Ma non sarà il suo "campo". Quella di Pisapia è una proposta, direbbe Totò, a prescindere: dall’esito referendario, dalla crisi del paese, dallo sfaldamento del centrosinistra per mano renziana. È una proposta in buona fede ma disancorata dalla realtà. Persino retrodatata, sembra un’intervista fatta prima del referendum immaginando un esito diverso. Difficile interloquire su questa base. Come ha detto Enrico Rossi, sembra una stampella per il renzismo declinante. Dei suoi nessuno ha detto sì, neanche quelli in disaccordo con la strada imboccata da Sinistra italiana. Tutte le sinistre si sono incontrate nel referendum. La Cgil, l’associazionismo, l’Anpi, noi, la sinistra del Pd. Il referendum è uno spartiacque. Quella di Pisapia è un’idea fondata su alchimie politicistiche e un vago sentimento unitario. Noi dobbiamo ripartire dall’analisi di cosa ha generato lo tsunami che ha travolto il Pd, da quel 60% che ha votato No. Che però in larga misura non è di sinistra. È successo un fatto enorme: a dispetto della cosiddetta antipolitica, e capovolgendo la deriva astensionistica, c’è stata una mobilitazione democratica inimmaginabile: per dire No,non solo allo sfregio alla Costituzione, ma anche allo sfregio fatto alla scuola, alla condizione del lavoro, alla democrazia delle comunità territoriali. Appunto: i famosi mille giorni di Renzi. Le riforme non sono un bene in sé, se peggiorano le condizioni materiali di vita di milioni di persone, se diventano una minaccia, è ridicola la retorica di un riformismo senza alcuna qualificazione sociale. La verità è che stanno venendo al pettine, nel mondo, i nodi di un riformismo capovolto, quello per cui le sinistre moderate si danno dell’agenda della destra economica, ovviamente addizionate di frammenti di welfare e di diritti civili. Senza lo schermo e il fascino di Obama, pure il Partito democratico americano appare come un re nudo. Il socialismo europeo è un re nudo. Il renzismo è dentro la crisi verticale del riformismo. Dico a Pisapia: ma come si può evitare di guardare in faccia le politiche sociali di Renzi? Come si può dimenticare che il suo Pd ha portato a casa il programma di Berlusconi, a partire dall’art.18? Sta dicendo ’mai più governi di centrosinistra’. No. Dico che se la contesa è tra liberismo selvaggio e liberismo temperato alla fine vinceranno i Trump e il populismo reazionario. Se la bandiera impugnata in Europa è quella di qualche grammo di flessibilità, può vincere Salvini. Il Pd di Renzi è così diverso da quello di Bersani con cui vi siete alleati? Renzi certo non lo ha portato la cicogna, è nato dentro la crisi del Pd, che ha progressivamente smaltito il suo legame col mondo del lavoro subordinato, e da ultimo è frutto di quella coazione al naufragio che ha spinto il centrosinistra nelle secche del montismo. Ma voi vi siete alleati con il Pd dopo il governo Monti. Su un programma elettorale che sulla carta liquidava il montismo. Ma solo sulla carta. Prima parlava del No. C’è pure qualcuno di sinistra che ha votato Sì. È irrecuperabile? Non dico questo, nessuna preclusione. Dico che i compagni che hanno votato Sì hanno creduto alla retorica del ’caos’. Ma il caos c’è quando la sinistra rinuncia a essere speranza e cambiamento. Questo voto è una fotografia sociale: della disperazione del sud, della spoliazione di futuro dei giovani. Evocare il lupo mannaro del populismo è autoconsolatorio. Anche la sinistra Pd ha criticato la proposta Pisapia. Che sembra una manovra interna al Pd. Tant’è che è stata elogiata da Renzi in direzione. Non lo so. Ma una sinistra subalterna alla cultura renziana è una suggestione fantapolitica. E ai nostalgici del centrosinistra voglio ricordare che il programma sulla base del quale il Pd ha preso i voti è il contrario dei mille giorni di Renzi. Sel è alle ultime battute. Lei ne fa un bilancio molto amaro, "una forza ambiziosa ma ingenua". È andata così male? Sel è stata una bella anomalia, nata da tante storie che era riuscita a riarticolare una speranza che travalicava il nostro consenso elettorale. Ha interloquito con quello che sembrava l’autocritica del socialismo europeo. Che invece poi si è alleato con il blocco conservatore di Merkel. Noi abbiamo sempre avuto la capacità di giocare a tutto campo una partita politica, con la vicenda dei sindaci, dei governatori, anche con l’elezione dei vertici dello stato. Non siamo mai stati una ridotta minoritaria, senza mai rinunciare a essere un’alternativa. Ma siamo stati sconfitti. Alcuni dei sindaci, come Zedda e Pisapia, non verranno con voi. Neanche Cofferati. Perché perdete persone importanti per la vostra storia? Abbiamo perso Cofferati? Non credo. Si è una creatura appena nata. Tutti insieme abbiamo il dovere di rifondare un progetto di trasformazione. Le preoccupazioni, sia sulle pulsioni minoritarie che su quelle governiste, vanno sciolte in un dibattito limpido, plurale, che ha un tratto comune: l’alternatività al renzismo. Al renzismo e non al Pd in sé? Quello che sarà il Pd non lo sappiamo. Io di esperienze di governo ne ho fatte molte. È curioso che ora mi si appiccichi l’etichetta di estremista o di minoritario. Alle elezioni, forse non lontane, Si che dovrebbe fare? Evitare di discutere in astratto di alleanze. Radicarsi nella società italiana come un soggetto popolare e dell’innovazione, sapendo che le alleanze necessarie o corrispondono a un sentire largo e a interessi sociali limpidi oppure sono solo episodi della vita di palazzo. C’è chi dice che vi avviate verso un ’cartellino elettorale’ della sinistra radicale. Altra obiezione curiosa. Io e tanti insieme a me abbiamo combattuto battaglie contro il minoritarismo e l’autosufficienza di una certa sinistra radicale, contro sia la propensione al governismo ma anche quella al radicalismo. Ma per essere franco oggi il problema non è il radicalismo: mi pare un feticcio polemico. In ogni caso potreste tornare insieme, da alleati, con il Prc. Sì, ma è una discussione pretestuosa: conta la qualità del progetto politico. Rifondazione, lo dico con rispetto, mi pare poca cosa nella società italiana. Comunque le diaspore della sinistra sono state infinite, non si ricostruisce dai rancori ma mettendo al primo posto una sinistra utile al paese. Renzi sale al Quirinale. Cosa deve fare il futuro governo? Renzi deve uscire da Palazzo Chigi, serve un governo di scopo senza lui per una buona legge elettorale, proporzionale, e un’agenda circoscritta. Per andare al voto quanto prima. E il ruolo di Vendola, dopo il ’sabbatico’, quale sarà? Senza più l’incarico di segretario di partito, ma con tanta voglia di fare politica. Per quelli come me la discussione sulla politica, cioè sulla vita, è irrinunciabile. Mi piacerebbe dare una mano al nuovo soggetto, stando di lato. Intervista a il manifesto del 8 dicembre 2016
25 Novembre 2016, 20:01

Che vinca il No!

Il referendum costituzionale, voluto da Renzi con l’intento di farne uno strumento di consacrazione popolare e possibilmente plebiscitaria del "renzismo di governo", si sta trasformando in un incubo per il nostro premier. C’è qualcosa che non funziona, qualche granello di sabbia che inceppa la macchina pubblicitaria di Palazzo Chigi, un "male oscuro" che impedisce all’ottimismo giovanilistico dell’attuale classe dirigente di risultare convincente. Diciamo che c’è, sepolta dal chiacchiericcio della politica, una incandescente "questione sociale" che è l’impasto di impoverimento del ceto medio e di precarizzazione della vita (oltre che del lavoro) delle giovani generazioni. Diciamo che è cresciuta una periferia sociale che ha inghiottito vecchie e nuove povertà, in cui si radicano vecchie e nuove paure, in cui si va decomponendo la narrazione e la strutturazione democratica dell’Italia repubblicana. La propaganda di chi sta al vertice non è credibile per chi sta alla base della piramide sociale. La retorica dell’uscita dal tunnel e del Pil che aumenta dello zero virgola qualcosa non muta nulla nella dimensione materiale di una ciclopica ingiustizia sociale. Quelli che hanno imparato a diffidare della parola riforma usata come un abracadabra per aprire le porte del futuro, quelli che sono stati ustionati dalla "buona scuola" o dal job’s act, quelli che vorrebbero dare voce ai bisogni e ai diritti delle comunità territoriali, sanno fin troppo bene che le riforme non sono buone in sé: tanto più nell’epoca in cui il "riformismo", sotto tutte le bandiere, ha sdoganato le ricette della destra economica, ha introiettato il lessico delle compatibilità di sistema, ha dismesso qualsivoglia abito critico nei confronti di quel capitalismo finanziario che vince sempre, indipendentemente da chi vinca le elezioni. Le buone riforme sono quelle che abbattono steccati e superano antiche discriminazioni, quelle che ampliano lo spazio dei diritti di cittadinanza, quelle che accorciano le distanze tra governanti e governati. Renzi va nella direzione opposta. E non convince neppure quando rivendica più flessibilità contro quell’Europa dell’austerità che lui, il Pd e le forze del socialismo europeo hanno colpevolmente contribuito a costruire. Per questo è importante che perda ed è cruciale che vinca il No. Già oggi, prima che inizi la conta dei voti, si possono misurare i danni di una contesa pubblica orfana di passione civile e di grandi idee generali: ogni giorno ciò che appare è la gara tra chi è più anti-casta, tra chi è più abile nella dialettica dello sputtanamento dell’avversario, tra chi è più fantasioso nel degrado della vita istituzionale. Già questo sposta a destra gli orientamenti profondi dell’opinione pubblica, disincentiva alla politica, spinge alla semplificazione e al primitivismo, sollecita i sentimenti peggiori nei soggetti sociali più esposti alle asprezze della crisi. Questo è il caos. Non il ribellarsi ad un disegno di riforma della Costituzione che è auspicato da Marchionne, da Confindustria, dal sistema bancario internazionale. Il caos è credere che funzioni esorcizzare le radici sociali del ritorno del populismo, del razzismo, di moderni fascismi. Il caos c’è quando la sinistra rinuncia a se stessa e si consegna al partito della paura.
28 Agosto 2016, 22:08

La Notte della Taranta

Quando i tamburelli esplodono nel ritmo compulsivo che muove le gambe, che scuote i corpi, quando quella musica così carnale trasmuta in frenesia di una danza collettiva, quando il morso della taranta inietta nelle vene il desiderio e l'estasi del movimento, allora sembra che sia la terra a ballare, a sospingere dal basso la pianta dei piedi: ed è la terra che trema di festa e di allegria. Oggi che la terra ha tremato per davvero, schiudendo le proprie fauci e divorando le vite e i luoghi che davano storia o accoglienza a quelle stesse vite, oggi non è possibile sentire la festa - questa straordinaria epopea popolare che si rinnova nell'incanto salentino - se non come esorcismo della morte. La musica popolare, a ogni latitudine, racconta la fatica del lavoro e gli affanni di un'esistenza spesso amara e accidentata, ma anche la sfrontatezza degli amori e dei corteggiamenti, la bellezza nuda e povera dei propri borghi e della natura circostante, l'asprezza dello sradicamento per chi parte migrante, la dolcezza delle nenie sussurrate ai bambini. Ma oggi è come se la musica non potesse che suonare le campane del lutto che ha ferito, con la sua cieca furia, l'Italia dei piccoli presepi appesi sulle alture appenniniche. Oggi è uno spartito di morte e di dolore quello che abbiamo dinanzi ai nostri occhi, piangiamo ancora una volta le cento e cento storie spezzate dalla catastrofe che irrompe in una quieta notte di agosto. E il terremoto precipita dentro la nostra vita pubblica come il più cattivo dei rendiconti di un Paese che continua a ignorare la propria fragilità e la propria estrema vulnerabilità. Ed è proprio lo squarcio che il sisma produce, nelle cose e nelle persone, a offrirci la lezione cruciale: la bellezza (intesa come peculiare identità di un territorio, con la sua natura e cultura) non chiede celebrazioni retoriche ma rivendica il bisogno di cura, di messa in sicurezza. Urla a noi l'urgenza di interventi di radicale rigenerazione delle città, dei corsi d'acqua, delle coste, delle montagne. Ci obbliga a ripensare lo stile dello sviluppo e della crescita economica. Ogni cataclisma ha il potere non solo di devastare ma anche di disvelare ciò che precedentemente avevano prodotto la superficialità, l'incuria, la speculazione, gli abusi. Eppure ognuna di queste tragedie porta alla luce anche l'Italia del civismo, della solidarietà, del volontariato. C'è un'Italia migliore che meriterebbe più ascolto e più sostegno, non solo nelle parole roboanti che risuonano come uno stanco rito nei funerali. Mi piace ricordare che le canzoni popolari nate nelle campagne salentine sono anche inni di lotta, manifesti di dignità, come la colonna sonora di moltitudini che si danno calore e coraggio. Ed è bello che quest'anno la Notte della Taranta sia stata anche la notte del terremoto: per vivere la danza come un pianto corale, come un abbraccio di popolo. Una festa triste, per piangere i morti, per consolare i vivi.
13 Luglio 2016, 18:06

Tragedia immane

Le parole di Nichi Vendola nell'intervista rilasciata oggi all'Huffington Post sull'incidente ferroviario avvenuto il 12 luglio tra Andria e Corato, causando 23 vittime e numerosi feriti. Nichi Vendola, certamente lei non è colpevole di quanto accaduto, ma si sente in qualche modo responsabile della tragedia, ovvero dei ritardi istituzionali che hanno impedito che si realizzasse il raddoppio del binario? Lo so: la cosa più semplice, la più scontata dinanzi alla tragedia pugliese è tornare a sgranare il rosario di luoghi comuni sul Sud che non funziona, che si avvita nella propria indolenza, nei propri ritardi, nelle proprie mafie. La morte, tutte quelle povere vite tranciate dallo schianto di due treni, diviene occasione per far rivivere un repertorio di banalità, di analisi surreali, persino di speculazioni indecenti: perché sempre l’odore della morte attira gli sciacalli. Per fortuna dinanzi alla strage vi è stata una grande prova della nostra protezione civile e una straordinaria gara di solidarietà dei pugliesi. Quando parla di sciacallaggio si riferisce anche alle dichiarazioni del sottosegretario Luca Lotti che ha parlato di una tragedia "frutto dell’immobilismo della politica"? Molti, troppi, in questi giorni, hanno parlato a sproposito. Per me invece è difficile parlarne e doloroso, perché conoscevo alcune di quelle vittime, perché quello è stato il treno su cui ho viaggiato per anni, perché questa sciagura incide con violenza inaudita nella carne viva della mia comunità. Avverto, nella sua voce una tensione autentica che da cronista mi pare giusto registrare. Vorrei però approfondire il punto più delicato e più discusso in queste ore. Nell’epoca in cui lei era presidente i soldi furono stanziati, ma i cantieri non partirono. La verità è ben documentata. Come lei sa, noi il binario unico lo combattiamo da sempre, sia quando si tratti di ferrovie dello Stato - basti ricordare la battaglia per il raddoppio della Termoli-Lesina, 30 km che strozzano la linea adriatica - sia quando si tratti di ferrovie concesse di carattere regionale. L’ammodernamento della Bari Nord con i suoi 83 km di rete, con il raddoppio del binario, al servizio di 700 mila abitanti, la mia amministrazione l’ha progettato come "opera strategica" nella programmazione dei fondi comunitari del settennio 2007-2013. Con un investimento di circa 180 milioni di euro. I famosi fondi europei. Ecco, noi abbiamo usato le risorse comunitarie per supplire anche alla assoluta scarsità di finanziamenti dei governi nazionali. Durante gli anni del mio mandato abbiamo investito risorse ingenti proprio nel trasporto ferroviario. Ricordo ancora la sorpresa dei miei assessori ai trasporti quando i tecnici relazionavano sullo stato disastroso dei binari nel Salento o sui troppi attraversamenti dei binari con le croci di Sant'Andrea senza nemmeno i passaggi a livello. Per rimettere in sesto quello che altrove ha fatto lo Stato, noi impegnammo risorse europee. Noi, cioè la Regione Puglia: che, lo ricordo agli smemorati, è un ente di programmazione, non una stazione appaltante. Però in altre tratte partono lavori di raddoppio e di potenziamento delle stazioni, come tra Ruvo e Corato. Appunto. La Commissione europea ha validato quell'intervento, garantendo le risorse, nel 2012. Solo i marziani o gli ipocriti possono stupirsi del fatto che in Italia un'opera finanziata nel 2012 nel luglio 2016 non sia stata completata del tutto. Però nel programma di questa "opera strategica" si indicava la conclusione dei lavori entro il 2015. E lo stesso dichiarava la Ferrotranviaria Spa, la società che avrebbe dovuto realizzare l’opera. I ritardi sono imputabili alla regione o alla società ferrotranviaria Spa? Ripeto, la Regione non è il soggetto attuatore. Forse occorre ricordare che un'opera come questa, che collega grandi centri urbani, richiede progetti ingegneristici complessi, una serie infinita di autorizzazioni e pareri, di varianti urbanistiche, e si realizza grazie a centinaia di espropri. E la stragrande parte di queste procedure non dipende dall'ente finanziatore ma da Comuni, Province, Sovrintendenze, e da tante disparate articolazioni pubbliche. Sta dicendo: colpa della burocrazia? L’ho denunciato mille volte l’appesantimento burocratico, consegnando il problema dello snellimento procedurale all'unico in grado di regolarlo: lo Stato. Ricordo poi che il soggetto attuatore dell’opera è Ferrotramviaria, che è la concessionaria della ferrovia. E Se Ferrotramviaria scrive all’ente di programmazione che è in ritardo per incompletezza delle autorizzazioni, la Regione ha l’obbligo di rimodulare gli interventi per evitare di perdere i soldi europei. Insomma, se su quella tratta i lavori non sono partiti, non è responsabilità della Regione. Guardi, la Regione non è stata con le mani in mano. Abbiamo finanziato il rinnovamento di tanta parte del parco treni, facendo viaggiare vagoni tra i più moderni d’Europa, abbiamo portato il treno fin dentro l'aeroporto di Bari Palese, fornendo un servizio tra i più efficienti ed evoluti d’Italia. E in queste azioni di ammodernamento tutti sapevano che la Bari-Nord era considerate un fiore all’occhiello della Puglia. Tutt’altro dal degrado di quelle ferrovie Sud-Est, che sono proprietà del Ministero dei trasporti e che rappresentano uno scandalo infinito, dalla Regione Puglia denunciato molte volte, ma nella disattenzione generale. Lei rivendica che la sua esperienza di governo è stata un’esperienza di innovazione sul tema dei trasporti e delle infrastrutture? È vero: l’Italia è un paese che ha puntato sulla gomma piuttosto che sulle rotaie, sul trasporto privato piuttosto che sul trasporto pubblico. È fu proprio questa filosofia che io e la mia amministrazione abbiamo cercato di capovolgere. A coloro che ricordano che a due passi dalla tragedia c’è un’azienda leader al mondo nelle tecnologie della sicurezza ferroviaria ricordo che quell’azienda e stata costantemente sorretta anche dai finanziamenti della Regione Puglia. Se ho capito il senso del suo ragionamento, lei dice: io quando sono arrivato ho trovato una situazione drammatica. E ho innovato: guardate come ho trovato la Puglia e guardate come l’ho lasciata. Per questo rifiuto le accuse generiche che sanno di sciacallaggio. Però dice che c’è una burocrazia indomabile. Le chiedo: sulla tratta Andria Corato, il Sistema è stato più forte di lei? Metà dell'opera è stata realizzata, l'altra metà è in corso di appalto. Dobbiamo intenderci quando parliamo di burocrazia: ci sono gli eccessi barocchi, ma c'è dentro anche la tutela ambientale e le complessità tecniche. Non siamo a "uno contro tutti". Siamo dentro processi di cambiamento che chiamano in causa una folla di attori istituzionali e sociali. Per il resto vale l'opera, speriamo rapida e puntuale, della magistratura: che dovrà dirci come è potuta accadere questa immane sciagura e chi ne porta la responsabilità.
16 Giugno 2016, 12:23

'Vogliamo vivere in pace'

Ecco le parole di Nichi in una intervista densa di emozioni e vita pubblicata su La Repubblica di oggi. Di Francesco Merlo. MONTRÉAL - Nella villetta di mattoni rossi, nella zona nord di Montréal, Nichi Vendola mi dice che mai, quando era ragazzo a Terlizzi, avrebbe potuto immaginare "di avere un giorno un marito canadese e un figlio americano". Tobia non è nato qui, ma a Sacramento. E l'atto di nascita è stato compilato all'anagrafe californiana dove "la legge consente di scrivere quello che vuoi". Il padre biologico è Ed Testa. "In questo modo Tobia è più tutelato e non solo perché Ed è canadese e italiano e dunque assicura a Tobia altri due passaporti". Il cognome? "È Testa e non Vendola". Dunque c'era una volta... "C'era una volta un pezzo di legno e due Geppetto. Ti presento Tobia Antonio Testa, figlio di due papà". Lo porterai in Italia? "Sì, verremo prima della fine del mese. Ma non permetterò che il mondo gli diventi ostile appena tenterà di entrarvi". Scappato da Terlizzi ti sei rifugiato qui in Canada, nella patria dei diritti. "Ammetto che non c'è niente di simile nel vecchio comunismo. Ma io mi sono battuto per i diritti civili per tutta la vita e ho vissuto sulla mia pelle la vergogna per gli insulti sulla mia sessualità". C'è il tuo corregionale Salvemini e, con un po' di audacia, si può paragonare il tuo Canada alla sua Harvard: sembri più un radicale che un comunista, più Pannella che Berlinguer. "Guarda che io e Ed non vogliamo fare i testimonial di una battaglia di civiltà. Vogliamo solo vivere in pace". Anche a costo di rinunciare all'Italia? "Ho comprato casa a Terlizzi, a duecento metri dal luogo dove nacque mia madre, conosco tutti e tutti mi vogliono bene. A Roma abbiamo un piccolissimo appartamento in centro. Ma non permetteremo che il corpo di nostro figlio diventi una bandiera dei diritti civili". Meglio la fuga? "Meglio tornare a ottomila chilometri dall'Italia in questa casetta piccolina in Canadà che è piena di grazia italiana". Mobili di legno chiaro, profumi buoni, grande pulizia, niente ninnoli, un tavolo trasformato in fasciatoio, due altoparlanti che diffondono musica classica e lirica. Nichi ha un crisi di rabbia parlando dell'Italia. In un angolo del giardinetto ha curato l'orto: cipolle, aglio, bieta, sedano, melanzane, fagiolini, cinque tipi di pomodori, misticanza, le lattughe, il bok choy che è un cavolo cinese. Dice con un sorriso amaro: "Non c'è una sola erbaccia, qui". Anna, che è la nonna di Tobia, ha cresciuto due figli in questa villetta: "Adesso fanno solo condomìni. Queste furono costruite per i veterani della seconda guerra mondiale ". È una piccola signora energica, con due grandi occhi scuri, il bel viso pallido e forte. "Per noi è come un dolce paesaggio rassicurante. Con mia madre si capivano con un'occhiata. Io e Ed non abbiamo mai avuto segreti con le nostre mamme". Adesso che a 67 anni è stata pensionata dalla banca per la quale lavorava, nonna Anna aiuta a crescere il bimbo di Nichi e del suo Ed, che è il diminutivo di Eduardo, "uno zio di mio marito". Il nonno, Antonio, è un signore grande e grosso, ha 80 anni e fa il barbiere. Lei viene dall'Abruzzo, lui della provincia di Latina. Nonna Anna è ossessionata dal freddo alle orecchie e dunque di soppiatto, ogni volta che può, copre Tobia col cappellino. L'altra nonna, la mamma di Nichi, è morta 70 giorni prima che nascesse Tobia: "Si era ripresa da tutti i malanni del mondo, anche dall'infarto, ma un'infezione trasmessa con il catetere le fu fatale. La riportammo a casa dove, una a una, ha voluto salutare tutte le persone che l'avevano amata. Sono venuti in più di cento". Le sue ultime parole sono state: "Non permettere che vi facciano del male". Aveva 91 anni. Nel quartiere della piccola Italia l'arrivo di Tobia "è stato festeggiato come un dono di Dio". La signora Brigida, la signora Carmela e tutte le altre mamme hanno fatto piangere Ed di commozione e di gioia. C'è il bar Italia, dove sia aggirano ceffi poco raccomandabili, "qui purtroppo ci sono sia la 'ndrangheta sia Cosa nostra". Famosa in tutta la città è la salumeria Milano "dove ho avuto il mio primo lavoro, da commesso ", racconta Ed che poi si è laureato in Economia e Commercio ma, dopo alcuni anni in una società di marketing, si è messo a studiare grafica: "Sino alla partenza lavoravo da casa con lo studio di Milano Leftloft ". Ed ha 37 anni, Nichi 58, Tobia tre mesi e mezzo. Ed e Nichi chiamano zia la Donatrice; e "la nostra Grande Madre" è la Portatrice. Mi mostrano foto e video della loro strana famiglia. "Dimmi se queste non sono immagini benedette dalla grazia". Vedo carezze, abbracci, risate, tanti piccoli e banali gesti romantici. E intanto, accanto a me, Nichi tende Tobia a Ed che allunga subito le braccia. "A Sacramento abbiamo trascorso la più lunga attesa della nostra vita in casa di una coppia gay che ci ha ospitato senza neppure conoscerci. Si chiamano entrambi Bill, hanno più di 60 anni, stanno insieme da quando erano ragazzi, e ci hanno offerto ospitalità per solidarietà allegra e naturale, come se fossimo amici di vecchia data. Pensa cos'è questo nostro mondo: ci hanno fatto trovare anche una culla e un fasciatoio ". Soccorso gay? "Amici di amici. Dall'Italia mi arrivava il rimbombo delle volgarità che mi rovesciavano addosso. C'è qualcosa di storto nel mio Paese che mi ha fatto piangere di dolore. In quei giorni avevo chiuso ogni rapporto con l'Italia. Non rispondevo neppure ai messaggi". Come passavate il tempo a Sacramento? "A entrambi piace molto cucinare. E dunque facevamo una specie di gara nevrotica. Poi, come mi capita nei momenti delicati, tra la morte di mia madre e la nascita di mio figlio ho scritto poesie, che ora sono in mano all'editore". Avete assistito al parto? "Siamo arrivati un minuto dopo. Avevamo fatto le prove: venti minuti di una strada tutta dritta. Il marito di Thelma, la gestante, ci ha mandato un messaggio: the baby is coming. E, poco prima dei venti minuti: the baby has arrived ". Parto naturale? "Sì. E velocissimo". Quando vi hanno dato il bambino? "L'indomani. Ma non siamo partiti subito. Abbiamo trascorso molto tempo con Thelma e la sua numerosa e bella famiglia". È stato allattato al seno? "No. Ma per un po' Thelma ci ha mandato il latte". Utero in affitto? "Capisco che, a parte la bestialità razzista e omofoba ci sia un pezzo d'Italia per bene che possa sentirsi disorientata. E capisco che si spacchino anche la sinistra e il femminismo. Penso che se vedessero, se giudicassero in concreto e non in astratto, capirebbero tutto subito. Prima di decidere, noi abbiamo frequentato molto le famiglie arcobaleno. Avevo i dubbi della mia generazione. Ma è la realtà che ci ha mostrato la strada. La gestazione per altri è la risposta della scienza al bisogno di famiglia, è una difesa della famiglia, che va protetta dalla violenza contro le donne, dal femminicidio, dalla sordida prepotenza domestica, non dalla scienza. La maternità surrogata è praticata soprattutto dalle coppie eterosessuali ed è probabile che tra una ventina di anni, come prevede Umberto Veronesi, sarà molto diffusa e anche in Italia si riderà di tutte queste resistenze. Qui in Canada, come in gran parte del mondo evoluto, nessuno capirebbe le vignette, i titoli dei giornali, gli editoriali infiammati contro la scienza. Certo, è chiaro che possono esserci abusi, come in tutte le cose, come nel trapianto di organi per esempio. Per questo ci vogliono buone leggi, e molta vigilanza ". Forse più che la gestazione surrogata, in Italia, che è il paese delle mamme, si stenta ad accettare la famiglia con due papà. "Ma davvero pensi che dipenda dal sesso il famoso doppio registro psicologico? Non ti sembra superata anche come stereotipo l'idea che la grazia sia femminile e la forza sia maschile, o che siano di genere la malinconia e il coraggio, l'ironia e l'intelligenza, la tenerezza della mamma e la severità del papà? E davvero pensi che io, Ed e Tobia siamo una minaccia per la famiglia? ". A quattro mani fanno il bagno a Tobia, poi lo cambiano, lo puliscono, gli danno la poppata, lo chiamano con soprannomi da burla, gli cantano la ninna nanna, e ancora: moine, baci, carezze con mani di padre che piacerebbero a Rilke il quale benediceva solo le mani delle madri. Il bimbo ha gli occhi blu, sorride spesso, l'ho sentito piangere poco: "Io credo - dice Nichi - che quando piange c'è sempre una ragione, e mi sforzo di capire qual è finché i suoi occhi tondi non si posano, acquietati, su di me". "Dio - ha detto Papa Francesco - è la mamma che canta la ninna nanna al bambino e prende la voce del bambino e si fa piccola come il bambino e parla con il tono del bambino al punto di fare il ridicolo se uno non capisse cosa c'è lì di grande". Ruoli fissati dalla natura? "Non solo paternità e maternità sono fatte di esperienze e non di Dna, ma anche per diventare fratello e sorella oggi non basta l'acido desossiribonucleico, bisogna cercarsi e costruirsi". La donatrice è una bella ragazza di 26 anni, mamma di una bambina bionda. La gestante, con il bel faccione allegro, "è un'assistente sociale di 29 anni, mamma di tre figli ". Entrambe sono americane. "Ecco, questa è la casa a tre piani del quartiere residenziale di Sacramento dove la portatrice vive con la sua famiglia. Ti sembrano poveri? ". Mi mostrano poi le foto con il pancione di sei mesi: "Ospitare la vita è stato per lei un incantesimo d'amore. Ci sono donne che pensano che aiutare chi non può avere figli sia bello, nobile e generoso. C'è una chat dove discutono tra loro. La nostra portatrice è stata spinta dalla cugina che l'aveva già fatto. Poi intervengono gli esperti, gli psicologi, i medici. Lei sente di avere un legame con Tobia. E anche la donatrice. Ma nessuna delle due pensa o sente di esserne la madre. Tutto è chiaro e pulito e noi vogliamo che Tobia, crescendo, possa conoscere e capire la sua storia biologica". E il marito di Thelma cosa dice? "Dice che sua moglie è felice quando è incinta. E ride e mi abbraccia quando gli racconto che c'è qualcuno nel mio Paese che sostiene che è il diavolo che lavora in lei, e che io gli compro i bambini. Ci frequentiamo più che possiamo, quando siamo andati via hanno fatto una festa in nostro onore. Osserva in questo video come tutti coccolano Tobia. Provo un senso di umiliazione a giustificarmi, ma sono fiero di spiegare: so che se non avessimo fatto quel che abbiamo fatto, Tobia non ci sarebbe". E di nuovo parliamo di fuga. Montréal è la città dei diritti, ci sono persino i bagni per trans, qui è nato il primo ministro che accoglie i profughi siriani dicendo loro: "Non siete ospiti, questa città è vostra. Prendetevela". Nell'immensa letteratura sulle fughe c'è anche Mediterraneo, l'Oscar di Salvatores, il film per chi rimane imprigionato dall'esilio. "Prendila come una battuta, ma la fuga che mi somiglia di più è la fuga in Egitto. Anche io come Giuseppe sono padre putativo". Nell'Antico Testamento ci sono le madri sterili, Sara, Rebecca, Rachele, che - ha scritto Massimo Recalcati, "diventano madri grazie a una Legge che infrange la Legge di Natura e dunque sposta l'accesso alla maternità dalla natura al desiderio". Egoismo? "Il desiderio di paternità è il contrario dell'egoismo. Prima pensavamo all'adozione. Stiamo insieme da dodici anni e volevamo un figlio. Sia per gli eterosessuali, sia per gli omosessuali, sia per i padri sterili e sia per quelli fertili la voglia di avere figli è amore per la vita, il presupposto per la sopravvivenza dell'umanità". Mi mostrano le foto di Tobia che, appena nato, è adagiato su Thelma. "Ne abbiamo incontrate tante, e Thelma tante volte, prima di scegliere. L'agenzia di Sacramento è molto seria e le leggi californiane non consentono quel mercato che ci fa orrore e che viene praticato in altri Paesi, più poveri, in India, in Ucraina ...". Ma quanto avete pagato? "Ovviamente abbiamo pagato il ricovero che in America è molto costoso e poi tutte le cure mediche e le medicine, un rimborso per gli abiti prémaman, il rimborso per la lunga assenza dal lavoro, e infine una piccola cifra per la famiglia. Anche il marito, durante i nove mesi, si è spesso assentato dal lavoro. Fa l'operaio chimico". Italia o Canada? Nichi e Ed hanno firmato molte carte private. Le famiglie arcobaleno hanno prodotto una nuova branca del diritto perché in Italia tutto finisce sempre ad avvocati. Nichi è il tutore. Poi chiederà l'adozione di Tobia, figlio del compagno. Molti tribunali la concedono, e si aspetta in questi giorni una sentenza della Cassazione. "Noi rispettiamo le leggi di ciascun Paese ", dice Nichi. Ma, al di sotto della legge, in Italia, tra i tanti depositi della memoria collettiva, tra pulsioni omofobe e stracattolicesimo, c'è anche la vecchia retorica morbosa sul figlio della colpa, il feuilleton, i polpettoni di Amedeo Nazzari, i rotocalchi, Coppi e la dama bianca che solo fuggendo all'estero (Argentina) ottenne per il figlio il diritto al cognome del padre campione, e si va avanti stancamente sino a Maradona, Baudo, Sgarbi e persino Pannella... Oggi i figli della colpa sono quelli delle coppie omosessuali, dell'eterologa, della gestazione per altri. E il tranquillo Tobia Testa (forse) Vendola rischia di incarnare e di infiammare in chiave post moderna il peggio del ghigno popolare: "Ma non è detto che ci resteremo". Link: http://www.repubblica.it/politica/2016/06/15/news/vendola_tobia_canada_ed_intervista_merlo-142115704/?ref=HRER3-1
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