03 Maggio 2017, 11:25

A Valentino

Inquieto ma ironico, sottile nell’analisi ma anche sferzante nei giudizi, sempre allergico alle semplificazioni e alla demagogia, capace di leggere i mutamenti della politica senza mai cedere alle seduzioni del conformismo. Per quelli della mia generazione Valentino Parlato era l’educatore al confronto libero e colto con quell’intellighenzia politica ed economica che forgiava e legittimava un’idea di Italia e un’idea di mondo: quelle idee dominanti che andavano conosciute, interpretate, demistificate. Ci aiutava ad uscire dal tunnel delle rappresentazioni mitologiche e da una certa retorica sociologica per andare al cuore del problema: che era (che è) la questione dell’egemonia del capitalismo. Di un capitalismo capace di risorgere continuamente dalle proprie stesse ceneri e di trasformare le proprie crisi (una "crisi organica" direbbe Antonio Gramsci) in occasione di rifondazione della propria narrazione e del proprio dominio. Anche quelli che, come me, non sono mai usciti dal Partito Comunista, soprattutto i più giovani, avevano con il manifesto un rapporto direi esistenziale, quel foglio era come l’oggetto del nostro desiderio, il luogo dove la parola comunista si sostanziava dell’intelligenza della complessità ma anche della genialità lucida e tranchant della semplicità di chi non smarrisce il sentimento di essere parte. La parte del torto, appunto. Di chi si oppone alla deriva del conformismo (anche del conformismo di sinistra). E poi quel foglio aveva il carisma dell’eresia, cioè di una programmatica attitudine all’insofferenza verso il potere e verso le sue ortodossie. Ed era una scuola autentica di giornalismo, la perfetta negazione del bollettino settario. 
Dei grandi vecchi – i padri e le madri della fondazione de Il manifesto – Valentino è stato quello con cui più spesso ero in dissenso, anche se mi spiazzava davvero la finezza politologica con cui descriveva le cose e le persone della vita pubblica. Ho viaggiato con lui fino in Libia, ospiti di una Conferenza panafricana. Era curioso di tutto, del discorso fluviale di un Gheddafi ancora ben in sella, della sua Tripoli con quel lungomare così simile a quello di Bari, con le sue caffetterie e botteghe pullulanti di popolo. Ed era facile perdersi in quella città così fascinosa ascoltando aneddoti e racconti che mescolavano, con la voce suadente e musicale di Valentino, grande storia e piccole storie di umanità. Con me era ovviamente il racconto della sua esperienza di dirigente del Pci pugliese, a fianco di un altro comunista speciale come fu Alfredo Reichlin: in un pezzo di sud in cui fu davvero ricca e vitale la relazione tra braccianti e intellettuali e in cui la "questione meridionale" poteva essere letta non come il "ritardo" o la "arretratezza" da correggere. L’ho visto per l’ultima volta al convegno su Gramsci ed ero davvero felice per la sua iscrizione a Sinistra Italiana. Per quell’uomo renitente alla disciplina di partito era un gesto forte, carico della coscienza della sconfitta epocale di una grande speranza di trasformazione sociale: ma anche una dichiarazione esplicita di indisponibilità alla resa. Forse questo mi piaceva di più di Valentino Parlato: sapere di essere vinti, ma non dargliela vinta.
17 Marzo 2017, 15:10

Cosa ha ferito e fermato il centrosinistra

C’era una volta il centro-sinistra. Confesso che mi riesce difficile rileggere la storia politica in chiave di favola, anche se il richiamo compulsivo al tempo dei governi di Romano Prodi sembra prodotto da una sorta di incantamento. Un richiamo che rimanda a una mitica "età dell’oro" del discorso pubblico, che evoca narrazioni suggestive. Non manca neppure una strega cattiva, che fu quel Bertinotti che in anni lontani dalla crisi disastrosa del capitalismo finanziario osava proporre un tema che oggi torna più grave ed esplosivo che mai: la redistribuzione del lavoro attraverso la riduzione dell’orario di lavoro, a fronte di una rivoluzione tecnologica che inghiotte lavoro ed espelle lavoratori. Dunque, c’era una volta. Non discuto le buone passioni e le buone ragioni di quella stagione, ma non capisco il senso di una visione apologetica di ciò che viene sradicato dal suo contesto storico e confezionato come una formula salvifica per l’oggi, a prescindere da tutto ciò che è successo col Pd e nel Pd, prima durante e dopo l’ascesa di Renzi a Palazzo Chigi. E’ come se una nuova sinistra potesse sorgere solo da una depoliticizzazione della propria fondazione, senza guardarsi allo specchio e rimuovendo le sconfitte. È sufficiente immergersi nelle acque sorgive e battesimali del sentimento? Fare cose buone, incontrare il civismo, essere garbati, propositivi, indignati ma senza estremismi? Esaurire la funzione della sinistra nell’edificazione di un centro-sinistra felix, cioè auspicabilmente orfano di quel trattino che ancora separa il centro e la sinistra? Nulla da dire sulle indicazioni di galateo politico: non immiserirsi nella dialettica dell’insulto, criticare la violenza che militarizza e privatizza lo spazio pubblico, cercare sempre un campo largo in cui costruire il senso di un agire collettivo. Ma ciò che manca è tutto il resto, cioè la politica: manca per il passato e per il presente. Cosa c’era una volta? Addirittura una proiezione planetaria (l’Ulivo mondiale) di quella alleanza politico-sociale il cui cemento ideologico era il riformismo, inteso come compromesso tra progresso e liberismo. Cosa ha ferito e poi fermato l’irresistibile ascesa delle coalizioni riformiste? Perché l’Europa è largamente egemonizzata dalle forze conservatrici e rischia la deriva drammatica del "sovranismo" nazionalista e para-fascista? Il centro-sinistra ha qualche conto da regolare con la concreta costruzione di una integrazione europea che ha marginalizzato la democrazia e i popoli e ha "costituzionalizzato" il comando liberista? E ci si può accontentare oggi di ripiegare sulle "due velocità" di un continente culturalmente afono e politicamente desaparecido? C’era una volta il centro-sinistra, con un suo spiccato orientamento alla difesa di diritti sociali e libertà civili: ma non è quella anche la volta che si è cominciato a deregolamentare il mercato del lavoro, a teorizzare le virtù di una precarietà che per pudore veniva chiamata flessibilità, a spingere gli apparati della formazione di massa verso una forma di aziendalizzazione che dequalifica e frantuma i saperi? Non è quella la volta che si è aperto più di un varco alla deriva securitaria della destra, con l’invenzione della detenzione "amministrativa" per gli stranieri non regolari? E quell’altra volta che, per intervenire pesantemente sulla materia previdenziale, si è contrapposto il futuro dei giovani al presente dei vecchi, non c’entrava il centro-sinistra? Solo domande in libertà, per dire che il passato va interrogato piuttosto che celebrato. E oggi, cosa vuol dire centro-sinistra? Vuol dire che è necessario un compromesso tra forze democratiche per dare una prospettiva di governo all’Italia? Bene: c’è qualcuno che lo nega? Vuol dire che vanno valorizzate tante buone pratiche amministrative che, nelle città e nelle Regioni, rendono ancora spendibile la formula centro-sinistra? Ed io ripeto: c’è qualcuno che lo nega? Il punto è un altro e non vale la pena di girarci attorno. La politica non è la somma algebrica delle politiche (questo mi piacerebbe sommessamente dire a Giuliano Pisapia). La politica non può non partire da uno sguardo sistemico sulla realtà. La crisi e le risposte che le élite hanno dato alla crisi hanno cambiato la scena del mondo, hanno avvelenato le viscere della terra, hanno squadernato una questione sociale dirompente: questo capitalismo finanziario genera diseguaglianze che sono tsunami che colpiscono la convivenza e possono travolgere il senso della democrazia. Il nuovo fascismo nasce dentro la pancia della rivoluzione liberista, non lo vinci con l’etica o con l’estetica, o col richiamo alla responsabilità contro i barbari che avanzano. La barbarie comincia con lo schianto del ceto medio, la generalizzazione del lavoro servile, la povertà di reddito e di servizi, il degrado della dignità umana, il muro innalzato contro chi fugge dalle guerre, il dimagrimento del welfare, l’ingiustizia sociale che si fa norma di legge. Il populismo rischia, nei nostri discorsi, di divenire un feticcio polemico se non si va alla radice del problema: se la sinistra non fa il suo mestiere, allora la destra entra nelle vene della società. Allora il nazionalismo, il razzismo, la fobia del diverso, diventano l’alfabeto del rancore sociale. E se la sinistra diventa solo un’allusione allora il centro-sinistra non sarà altro che una illusione. Pubblicato su il manifesto del 17 marzo 2017
21 Febbraio 2017, 10:08

Sinistra Italiana

Farò parte di Sinistra Italiana da militante, in una comunità politica che deve essere accogliente, umile e generosa. Dove è chiara la bussola e la rotta. Restituendo significato alle parole, prendendosene cura, a incominciare dalla parola sinistra. Tanto svuotata e bistrattata, deve tornare a far battere il cuore, a dare risposte vere alle domande aspre della vita, alle speranze e agli affanni delle persone in carne e ossa. Buon lavoro e auguri di cuore a Nicola Fratoianni. Buona strada a tutte e a tutti noi! Il mio intervento al Congresso fondativo: https://www.youtube.com/watch?v=4oqUUDovV0M
02 Febbraio 2017, 15:38

Verso Sinistra Italiana

ROMA. "Non so se un Movimento popolare di riscossa della sinistra che vada da D'Alema a De Magistris e dopo la crisi del Pd oggi sulle labbra dei suoi stessi fondatori come Bersani, arriverebbe al 10% dei consensi, o a quanto. So però che mettendo insieme le esperienze, le pratiche, la cultura di chi ha resistito a sinistra, si può diventare punto di riferimento e speranza di milioni di italiani. Ma per farlo non basta sommare forze occorre un progetto di radicale discontinuità". Nichi Vendola torna alla lotta politica. Nella sede di Sinistra Italiana, al secondo piano di un antico Palazzo di via Arenula, Nichi si tiene accanto il piccolo Tobia, il figlio suo e del compagno Ed. "Non possiamo essere noi titubanti rispetto al voto a giugno, si può perfezionare in fretta la legge elettorale". Ragiona, sorvegliando Tobia placido nel passeggino. Premette che il congresso - "non una generica kermesse" - di Sinistra Italiana, il partito dove confluisce Sel, si terrà il 17-19 febbraio a Rimini. "SI non si chiude in un recinto, ma si apre subito a un progetto e confrontarsi con ciò che si muove attorno a noi". Vendola, lei è nel partito dei frenatori o pensa che si possa andare a votare a giugno? "Bisogna trarre le conseguenze della condizione in cui si trova la politica e il Parlamento. Se la leadership del Pd usa qualsiasi argomento per evocare le urne, i grillini e parte della destra invocano il ritorno al voto, non possiamo essere certo noi titubanti davanti alle elezioni. Aggiungo che i parlamentari dem - eletti sulla base del programma del centrosinistra "Italia Bene comune", ne stanno realizzando un altro, quello di Forza Italia". Non condivide l'invito di Napolitano a completare la legislatura? "No. Ma trovo insopportabile la volgarità di Salvini e della destra che accarezza la vena teppistica delle proprie tifoserie. Comunque quella di Napolitano è una presa di posizione verso Renzi". Corsa alle urne per evitare che in autunno scattino i vitalizi dei parlamentari, come dice Renzi? "I vitalizi sono stati riformati nel 2012, se si vuole però ancora intervenire il Pd, che ha la maggioranza, può farlo. Renzi sembra l'ultimo propagandista grillino... fa un favore a Grillo. Il tema è la svolta politica da fare, perché la disoccupazione giovanile è al 40%, il paese è tecnicamente in deflazione, il bilancio è truccato da un eccesso di elettoralismo e c'è l'ipoteca di Bruxelles. Renzi ha coperto le macerie della crisi con tonnellate di propaganda anche grazie alla lunga astinenza degli italiani dalle urne. Si è giunti così al punto di non ritorno del risultato del referendum. Il senso di questa legislatura è consumato". E la sinistra si riunirebbe in un listone. Ma lei pensa di andare d'accordo con D'Alema? "Non do nulla per scontato. Penso che bisogna mettere in campo un Movimento popolare di riscossa della sinistra. Siamo interessati a Consenso il movimento di D'Alema, il quale ha contribuito alla vittoria del No al referendum. Il Pd di Renzi si è rotto, sta implodendo. O come dice Bersani, la "ditta" non c'è più Siamo interessati a a quello che nel Pd avanza con le prese di posizione di Enrico Rossi e di Michele Emiliano. E a quello che è riuscito a costruire De Magistris a Napoli. A quanto si muove nei 5Stelle. Non dimentichiamo poi che c'è un popolo che si è rifugiato nell'astensione". Cosa significa interessati? "Che vogliamo confrontarci con tutti. Ma nNon rinunciamo a un punto di vista autonomo. Qui sta la ragione di Sinistra Italiana". Non ha risposto alla domanda. Cosa condivide con D'Alema? "Oggi si tratta di fare vivere la ragione sociale della sinistra. Con D'Alema ho avuto motivi di scontro e l'ho sconfitto politicamente su quello che era necessario per la Puglia. Però la lotta politica non si traduce in una inimicizia personale". Bersani ha un progetto più ulivista. "Siamo a un punto tale che occorre un progetto radicale. E poi il torcicollo in politica rischia di essere una malattia". Renzi ha ancora una leadership forte? Intervista a La Repubblica a cura di Giovanna Casadio
08 Dicembre 2016, 00:11

Sinistra stampella di Renzi? Fantapolitica

Presidente Vendola, Giuliano Pisapia lancia "Campo largo", una formazione di sinistra che si allei con Renzi. Ma non sarà il suo "campo". Quella di Pisapia è una proposta, direbbe Totò, a prescindere: dall’esito referendario, dalla crisi del paese, dallo sfaldamento del centrosinistra per mano renziana. È una proposta in buona fede ma disancorata dalla realtà. Persino retrodatata, sembra un’intervista fatta prima del referendum immaginando un esito diverso. Difficile interloquire su questa base. Come ha detto Enrico Rossi, sembra una stampella per il renzismo declinante. Dei suoi nessuno ha detto sì, neanche quelli in disaccordo con la strada imboccata da Sinistra italiana. Tutte le sinistre si sono incontrate nel referendum. La Cgil, l’associazionismo, l’Anpi, noi, la sinistra del Pd. Il referendum è uno spartiacque. Quella di Pisapia è un’idea fondata su alchimie politicistiche e un vago sentimento unitario. Noi dobbiamo ripartire dall’analisi di cosa ha generato lo tsunami che ha travolto il Pd, da quel 60% che ha votato No. Che però in larga misura non è di sinistra. È successo un fatto enorme: a dispetto della cosiddetta antipolitica, e capovolgendo la deriva astensionistica, c’è stata una mobilitazione democratica inimmaginabile: per dire No,non solo allo sfregio alla Costituzione, ma anche allo sfregio fatto alla scuola, alla condizione del lavoro, alla democrazia delle comunità territoriali. Appunto: i famosi mille giorni di Renzi. Le riforme non sono un bene in sé, se peggiorano le condizioni materiali di vita di milioni di persone, se diventano una minaccia, è ridicola la retorica di un riformismo senza alcuna qualificazione sociale. La verità è che stanno venendo al pettine, nel mondo, i nodi di un riformismo capovolto, quello per cui le sinistre moderate si danno dell’agenda della destra economica, ovviamente addizionate di frammenti di welfare e di diritti civili. Senza lo schermo e il fascino di Obama, pure il Partito democratico americano appare come un re nudo. Il socialismo europeo è un re nudo. Il renzismo è dentro la crisi verticale del riformismo. Dico a Pisapia: ma come si può evitare di guardare in faccia le politiche sociali di Renzi? Come si può dimenticare che il suo Pd ha portato a casa il programma di Berlusconi, a partire dall’art.18? Sta dicendo ’mai più governi di centrosinistra’. No. Dico che se la contesa è tra liberismo selvaggio e liberismo temperato alla fine vinceranno i Trump e il populismo reazionario. Se la bandiera impugnata in Europa è quella di qualche grammo di flessibilità, può vincere Salvini. Il Pd di Renzi è così diverso da quello di Bersani con cui vi siete alleati? Renzi certo non lo ha portato la cicogna, è nato dentro la crisi del Pd, che ha progressivamente smaltito il suo legame col mondo del lavoro subordinato, e da ultimo è frutto di quella coazione al naufragio che ha spinto il centrosinistra nelle secche del montismo. Ma voi vi siete alleati con il Pd dopo il governo Monti. Su un programma elettorale che sulla carta liquidava il montismo. Ma solo sulla carta. Prima parlava del No. C’è pure qualcuno di sinistra che ha votato Sì. È irrecuperabile? Non dico questo, nessuna preclusione. Dico che i compagni che hanno votato Sì hanno creduto alla retorica del ’caos’. Ma il caos c’è quando la sinistra rinuncia a essere speranza e cambiamento. Questo voto è una fotografia sociale: della disperazione del sud, della spoliazione di futuro dei giovani. Evocare il lupo mannaro del populismo è autoconsolatorio. Anche la sinistra Pd ha criticato la proposta Pisapia. Che sembra una manovra interna al Pd. Tant’è che è stata elogiata da Renzi in direzione. Non lo so. Ma una sinistra subalterna alla cultura renziana è una suggestione fantapolitica. E ai nostalgici del centrosinistra voglio ricordare che il programma sulla base del quale il Pd ha preso i voti è il contrario dei mille giorni di Renzi. Sel è alle ultime battute. Lei ne fa un bilancio molto amaro, "una forza ambiziosa ma ingenua". È andata così male? Sel è stata una bella anomalia, nata da tante storie che era riuscita a riarticolare una speranza che travalicava il nostro consenso elettorale. Ha interloquito con quello che sembrava l’autocritica del socialismo europeo. Che invece poi si è alleato con il blocco conservatore di Merkel. Noi abbiamo sempre avuto la capacità di giocare a tutto campo una partita politica, con la vicenda dei sindaci, dei governatori, anche con l’elezione dei vertici dello stato. Non siamo mai stati una ridotta minoritaria, senza mai rinunciare a essere un’alternativa. Ma siamo stati sconfitti. Alcuni dei sindaci, come Zedda e Pisapia, non verranno con voi. Neanche Cofferati. Perché perdete persone importanti per la vostra storia? Abbiamo perso Cofferati? Non credo. Si è una creatura appena nata. Tutti insieme abbiamo il dovere di rifondare un progetto di trasformazione. Le preoccupazioni, sia sulle pulsioni minoritarie che su quelle governiste, vanno sciolte in un dibattito limpido, plurale, che ha un tratto comune: l’alternatività al renzismo. Al renzismo e non al Pd in sé? Quello che sarà il Pd non lo sappiamo. Io di esperienze di governo ne ho fatte molte. È curioso che ora mi si appiccichi l’etichetta di estremista o di minoritario. Alle elezioni, forse non lontane, Si che dovrebbe fare? Evitare di discutere in astratto di alleanze. Radicarsi nella società italiana come un soggetto popolare e dell’innovazione, sapendo che le alleanze necessarie o corrispondono a un sentire largo e a interessi sociali limpidi oppure sono solo episodi della vita di palazzo. C’è chi dice che vi avviate verso un ’cartellino elettorale’ della sinistra radicale. Altra obiezione curiosa. Io e tanti insieme a me abbiamo combattuto battaglie contro il minoritarismo e l’autosufficienza di una certa sinistra radicale, contro sia la propensione al governismo ma anche quella al radicalismo. Ma per essere franco oggi il problema non è il radicalismo: mi pare un feticcio polemico. In ogni caso potreste tornare insieme, da alleati, con il Prc. Sì, ma è una discussione pretestuosa: conta la qualità del progetto politico. Rifondazione, lo dico con rispetto, mi pare poca cosa nella società italiana. Comunque le diaspore della sinistra sono state infinite, non si ricostruisce dai rancori ma mettendo al primo posto una sinistra utile al paese. Renzi sale al Quirinale. Cosa deve fare il futuro governo? Renzi deve uscire da Palazzo Chigi, serve un governo di scopo senza lui per una buona legge elettorale, proporzionale, e un’agenda circoscritta. Per andare al voto quanto prima. E il ruolo di Vendola, dopo il ’sabbatico’, quale sarà? Senza più l’incarico di segretario di partito, ma con tanta voglia di fare politica. Per quelli come me la discussione sulla politica, cioè sulla vita, è irrinunciabile. Mi piacerebbe dare una mano al nuovo soggetto, stando di lato. Intervista a il manifesto del 8 dicembre 2016
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