Risultati nell'archivio di nichivendola.it per: Giugno 2008
30 Giugno 2008, 13:41

Undici tesi dopo lo tsunami

Ciao a tutt*, vi ringrazio per le lettere che, anche privatamente, tutti i giorni ricevo. Per la fiducia verso il progetto di ricostruzione, per il desiderio di partecipare e di mettersi in gioco. Alla vostra attenzione vorrei porre queste interessanti riflessioni sulla fase politica, "11 tesi dopo lo Tsunami", elaborate dal CRS.

1. Aprile 2008: va rilevato il tratto di discontinuità, forse di salto. Non si può riprendere il discorso dall'heri dicebamus. Occorre un cambio di passo, nella ricerca e nell'iniziativa. Non stava scritto che la transizione si chiudesse a destra. Ma così è avvenuto. E tuttavia non è la sorpresa il sentimento dominante: i segni c'erano, nel paese, e anche a Roma. Perché non siano stati letti, è il problema. D'altra parte, non è la paura il sentimento che ci deve dominare. Non c'è Annibale alle porte, non ci sarà un passaggio di regime. C' è una nuova destra, di governo, e di amministrazione, da sottoporre ad analisi e da contrastare nella decisione, con uno scatto di pensiero/azione.
2. Si conferma il dato, che viene da lontano, di una maggioranza di centro-destra nel paese reale. Negli ultimi quindici anni, l'opinione di centro si è avvicinata all'opinione di destra. Se la Dc era un centro che guardava a sinistra, Forza Italia è un centro che guarda a destra. Questo ha dato l'illusione che ci fosse un residuo di centro da conquistare a sinistra. C'era, ma meno consistente di quanto si pensasse. I mutamenti, non colti, di società, a livello di territorio, sono stati più forti dell'iniziativa politica. Sono state due le risposte a questi smottamenti di opinione: una a vocazione maggioritaria, una a vocazione minoritaria. La prima, una risposta, diciamo così, espansiva: competere al centro, per togliere al centro-destra un pezzo di consenso. Così, i Progressisti, poi l'Ulivo, poi l'Unione, poi il Partito democratico. Che quest'ultimo potesse assolvere a questa funzione da solo come un tutto, si è dimostrato un progetto, a dir poco, non realistico. La seconda, una risposta, diciamo così, difensiva: marcare una posizione alternativa, con una grande ambizione e una piccola forza. Non si può essere, troppo a lungo, anticapitalisti e deboli, antagonisti in pochi. Aprile, il più crudele dei mesi: due fallimenti, del centro-sinistra e della sinistra, del grande partito di centro-sinistra e della piccola aggregazione di sinistra.
3. Qui, un punto teorico-politico, che va affrontato. Si potrebbe chiamare l'equivoco della rappresentanza. Anzi, il rapporto tra l'equivoco della rappresentanza e quella che si dice la crisi della politica. Che cosa viene prima, una crisi di rappresentanza sociale o una crisi di proposta politica? Che cosa fa più difetto, la rappresentanza o la rappresentazione? Proviamo a rovesciare il senso comune. E diciamo così: la crisi della politica comincia non quando la politica non sa più ascoltare, ma quando la politica non sa più parlare. Certo che bisogna ascoltare, la rappresentanza è essenziale, capire la società, conoscerla, ma non è tanto la mancanza di questo che sta al fondo della crisi della politica. Il fondo della crisi della politica è nel crollo di soggettività politica, nella caduta, relativamente recente, della proposta soggettiva. La politica non sa più parlare proprio perché non sa più leggere, non sa più interpretare. E quindi non sa orientare, non sa dirigere. L'equivoco della rappresentanza è il fatto di assumere il dato così com'è, anche il dato della società, anche il dato della maggioranza di centrodestra nel paese. Se tu lo assumi così com'è, e cerchi di correggere questo, e non ti fai carico invece di una proposta politica forte, lì inneschi appunto un processo che va a finire nella crisi della politica. Prima produci l'antipolitica e poi ti fai carico di rappresentarla.
4. Quando la politica non sa più parlare, allora viene fuori un ceto politico, e un ceto amministrativo, autoreferenziale, che parla a se stesso e di se stesso, perchè non sa più parlare al paese, alla società. Questo ceto politico, impegnato a occuparsi di se stesso, entra nella logica di qualsiasi altro ceto, di qualsiasi altro corpo della società. Per garantirsi il consenso insegue le pulsioni di massa. Più le rappresenta, più vince. La politica non è scollata dalla società civile, è incollata ad essa. Se società civile è il campo degli interessi particolari e degli egoismi corporati, allora la politica di oggi non la rappresenta poco, piuttosto le assomiglia troppo. Questa politica è un pezzo di questa società, subalterna alle leggi di movimento, nazionali e sovranazionali, attraverso cui essa si autogoverna. Di qui, la crisi di senso dell'agire politico, vero e proprio fatto d'epoca del nostro tempo. Perché, compito principale della politica non è dare risposte, è fare domande. E' la politica che deve interrogare la società, e il dato che c'è, deve appunto saperlo leggere, decifrare, tradurre, e solo dopo che lo ha interpretato, può rappresentarlo, ma mai rappresentarlo come riflesso passivo, mai specchiarlo così come si presenta oggettivamente, nel suo gioco incontrollato di forze.
5. Quale, su questo punto, la differenza tra l'adesso e ieri? In passato c'erano le grandi classi, che avevano una voce, che parlavano, esprimevano, sì, interessi, ma grandi interessi, di per sé riconoscibili. In quel caso la politica era più facilitata a rappresentare, a raccogliere, perché la voce veniva da potenti aggregati, già autonomamente, in qualche misura, organizzati. Era meno importante allora leggere e interpretare, era più possibile direttamente rappresentare. Ma quando le grandi classi si disgregano, e ti trovi di fronte a una società frammentata, pluralistica, corporativizzata, cetualizzata, anarchicamente individualizzata, quando non c'è più quindi voce sociale, aumenta l'obbligo della voce politica. Parlare a questa frammentazione, vuol dire elaborare una proposta riunificante. Il sociale ormai, nel capitalismo dopo la classe, va costruito, non va descritto. Produrre legame sociale, e produrlo attraverso il conflitto, o meglio, attraverso i conflitti, ecco il volto nuovo della Sinistra, dopo il Movimento operaio. La Destra, nemmeno la nuova destra, può e sa farlo. Il discrimine è qui. Fare società, ma con la politica: se deve esserci missione, per la Nuova Sinistra, questa è.
6. C'è un'ondata di destra, che arriva, con il solito ritardo in Europa, dall'America di Bush, proprio mentre lì va forse declinando. E' una febbre da rivoluzione conservatrice in tono minore, che attacca i corpi malandati dei nostri sistemi politici. Lo schema è quello tradizionale: la paura come risposta al disagio. Perché la paura non è la causa scatenante, la causa scatenante è il disagio, di società, di umanità, e quindi di civiltà. La paura è un rimedio mobilitante per chi non ha difese, e dunque le cerca, per chi non ha sicurezza del futuro e dunque cerca sicurezza almeno nel presente. La destra corrisponde di più e meglio al lato oscuro dell'animo umano, e la sinistra ha i Lumi ma da tempo li tiene spenti. Una tesi politica, controcorrente, da sostenere a questo punto con buone ragioni potrebbe dire così: la destra vince perché non c'è la sinistra. E' una tesi dimostrabile empiricamente, ultimi dati elettorali alla mano, nel paese Italia e, soprattutto, in quell'evento simbolico che è la caduta di Roma: non ha sfondato il centro-destra, è franato il centro-sinistra. La verità da cominciare a dire è che il centro-sinistra non ha futuro se non si riorganizza intorno a una Grande Sinistra.
7. C'è un retroterra di questo discorso, di cui bisogna essere consapevoli, un discorso di lungo respiro, che funge un po' da convitato di pietra di tutti i nostri pensieri. Dice questo: la destra vince, perché il capitalismo è forte. Sta forse esaurendosi il ciclo neoliberista e sta forse riguadagnando spazio il ruolo delle politiche pubbliche, e c'è da capire dove cadrà l'accento, se sul passaggio di crisi o sul passaggio di ristrutturazione. La sfida è a livello globale, e sarebbe bene non lasciare alla destra tutta intera la denuncia degli effetti perversi della globalizzazione mercatista. Il capitalismo è forte perché riesce a tenere ancora insieme innovazione di sistema, democrazia politica ed egemonia culturale. Un blocco di potenza che ha permesso fin qui a proprio favore due, e due sole, soluzioni di governo: o un centro-destra forte o un centro-sinistra debole. La virtuosa alternanza nei sistemi bipolari o bipartitici, modello Westminster, si sappia, ha questo vizietto di fondo. In queste condizioni, non c'è spazio né per una politica di pura gestione né per una politica di mera contestazione. C'è posto solo per una guerra di posizione, di media durata. La difficile situazione economica impatterà con il governo politico della destra. E l'emergenza, che sembrava dover essere istituzionale, magari sarà di più sociale. La storia-mondo, poi, è un campo di imprevedibili eventi, se non la si guarda con la pappa del cuore, ma la si afferra con la lucida intelligenza di una politica-mondo. Qui c'è un terreno favorevole per la sinistra, se saprà essere meno Proteo e più Anteo, se saprà di meno apparire in tante forme e di più ritrovare la sola terra da cui ricava la propria forza.
8. Bisogna dire: il popolo della sinistra ha il diritto di avere, per sé, una forza politica. E poi dire: l'Italia, per stare in Europa e nel mondo ha bisogno di una sinistra. Non di una piccola sinistra, residuale, testimoniale, arroccata nei passati simboli e nelle antiche identità, ma di una Grande Sinistra, moderna, critica, autonoma, autorevole, popolare. Non si può concedere che l'anomalia italiana si ripresenti oggi nella forma dell'eccezione di un paese senza una grande forza politica che rivendichi con orgoglio questa funzione, nel nome, nei fatti, nei valori. Il problema di oggi non è: che cosa è sinistra, ma chi è sinistra. Più che conoscere, si tratta di andare a ri-conoscere il popolo della sinistra. Ma, anche qui, riconoscere non vuol dire rappresentare, vuol dire costruire, o meglio, ricostruire un campo di forze, in grado di portare un progetto di trasformazione, strategicamente pensato e tatticamente agito. Fondare un popolo: questo il Beruf - vocazione/professione - della politica, quando non è chiacchiera ma discorso, non immagine ma idea, non affabulazione ma organizzazione.
9. La nuova e antica centralità: dare forma politica al pluriverso del lavoro. Ci vuole un'idea politica di lavoro, anzi, di lavoratore. Dopo l'esperienza storica del movimento operaio, in che modo la persona che lavora, uomo e donna in modo differente, può avere in quanto tale, non solo come cittadino, una funzione politica? Come i lavoratori associati possono contare politicamente? In che modo, per quali vie, con quali forme, possono esprimere un progetto di modello sociale, di sistema politico, di egemonia culturale? E, anche qui, chi sono oggi i lavoratori? C'è questo ceto medio acculturato di massa, che è diventato un po' la caricatura del blocco storico per il centro-sinistra: perché è isolato e lontano dal resto della società reale. Ha una parte alta, che va verso le professioni, una parte bassa che va verso il precariato, a volte le due condizioni si congiungono. E' prezioso lavoro della conoscenza, un decisivo pezzo di lavoro immateriale, con in mano il futuro di sviluppo del paese. Va ricongiunto al lavoro materiale, al lavoro manuale, che c'è anche quando manovra le macchine, al lavoro operaio, salariato. Il lavoro sans phrase, direbbe Marx. Ma qui ne va della dignità della sinistra il farsi carico e porre rimedio a questa disperata solitudine operaia, che si esprime, come abbiamo visto in tanti modi, a volte sconcertanti, che vanno riconosciuti, non giudicati. Solo assolvendo politicamente a questo compito si può riaprire il discorso sul nuovo "mondo del lavoro". Lavoro e sapere, si dice oggi. Più la differenza del lavoro femminile. Il lavoro autonomo, di prima e seconda generazione, che va ricongiunto al lavoro dipendente, garantito o precarizzato. Così come il centro urbano va ricongiunto alle periferie metropolitane. Non è possibile accettare come un destino il rovesciamento di consenso che si è verificato tra questi spazi di territorio e in questi luoghi del sociale. Non è possibile. O altrimenti essere di sinistra non ha più senso politico. Ecco la vera missione di un forte partito della sinistra: recuperare il senso della propria funzione, nel "fare popolo" come "soggetto politico". Ricongiungere, riannodare e stringere il nodo tra campo sociale e forza politica.
10. Diceva Brecht: sul muro sta scritto "viva la guerra"/ chi l'ha scritto, è già caduto. Adesso si dice: non si può tornare indietro. Chi lo ha detto, ha già messo un piede nel vuoto. Il nuovo a tutti i costi restaura il vecchio che avanza. Abbiamo avuto a nostre spese, qui e ora, una lezione da manuale. Calcoliamo bene le mosse, prendiamoci il tempo necessario. Ma non escludiamo a priori il fatto che a volte è necessario fare un passo indietro per saltare in avanti.
11. Intendiamoci su questo. Non si tratta di mettere insieme i pezzi della vecchia sinistra. Sarebbe un'operazione fuori tempo e senza spazio. Il vecchio bisogna sempre che sia quello dell'avversario, mai il nostro. Tutte e due le tradizioni, quella comunista e quella socialdemocratica, sono esaurite. Ma non si creda che sia allora viva, per i bisogni della sinistra, la tradizione liberaldemocratica. Il partito del popolo della sinistra è oltre tutta intera questa storia. Le componenti popolari si sono sfaldate, ma le loro culture in senso lato, cioè le tracce di civiltà, che esse hanno depositato nella storia del nostro paese, sono lì, in attesa di essere riconosciute,valorizzate, riorganizzate e riunificate con le nuove culture, con i nuovi grumi di civiltà: le esperienze di organizzazione con le esperienze di movimento, il socialismo con il femminismo, il cattolicesimo sociale con i diritti della persona, il lavoro salariato con l'ambientalismo politico, la cultura del conflitto con la cultura della pace. Tutto questo, insieme, è popolo della sinistra. E può diventare partito del popolo della sinistra. Non è un blocco, è un campo. Non si comporrà da solo. Bisogna comporlo. Ci vuole decisione politica e pensiero forte. Ma, ecco: non si deve scherzare con i propri riferimenti, pratici e teorici. Altrimenti si diventa un'altra cosa.
(articolo pubblicato sul sito www.centroriformastato.it)

27 Giugno 2008, 15:58

Partito fabbrica di speranza

Ieri ho partecipato al mio unico congresso, quello del circolo della mia ‘casa'. A Terlizzi.
Confrontarsi con la propria comunità è un po' come riportare la politica alla vita, perché troppo spesso queste dimensioni, malauguratamente, si discostano, fino a rischiare di non incontrarsi più. È nelle parole e negli sguardi dei miei compagni e delle mie compagne che ritrovo i sentimenti più originari e originali del mio impegno. Ed è in quella comunità effervescente e premurosa che prende corpo la mia idea di partito e la mia idea di speranza.
In molte lettere mi viene scritto "vogliamo poter sperare, restituiteci la speranza!": rispondo che è ora necessario ricostruire un pensiero forte per contestare la realtà della catastrofe, capace di far vivere il principio della ‘speranza' come una bussola credibile per orientarsi nel mondo.
Solo un pensiero forte depotenzia il paradigma della forza e permette di immaginare che nella debolezza sia custodito il segreto di un'altra sbalorditiva forza.
Ecco vorrei un partito capace di essere strumento di libertà e giustizia per persone che non hanno voce, un partito fabbrica della speranza.
26 Giugno 2008, 11:57

"Orizzontali e verticali" intervista a Carta del 20.06.08

Di Giuliano Santoro

A margine del seminario di Alternative per il socialismo in cui Fausto Bertinotti ha analizzato "le ragioni della sconfitta" della Sinistra Arcobaleno, incontriamo Nichi Vendola, presidente della Regione Puglia e candidato a segretario di Rifondazione comunista al prossimo congresso del partito, che si terrà a Chianciano dal 24 al 27 luglio prossimi. L'analisi di Bertinotti approda alla fatidica domanda: "Come fa la sinistra ad andare al governo?". È la stessa domanda che poniamo a Vendola. Aggiungendo un dubbio: è proprio da qui che bisogna partire? "Credo che valga la pena di bonificare il campo della ricostruzione del profilo strategico della sinistra dagli inquinanti riconducibili a un'idea stereotipa del nostro percorso dice Vendola - Il dibattito sul governo e sull'opposizione sembra l'elencazione di un repertorio di feticci. Dobbiamo capovolgere i termini della questione, mettendo i piedi per terra, ragionando su questa fase della storia del mondo, sui processi di scomposizione e ricomposizione della società. Altrimenti al mito del governo, capolinea drammatico dei pensieri rivoluzionari e delle più tiepide ambizioni riformiste, fa da contraltare l'iconografia mitologica dell'opposizione, un paravento consolatorio. Non c'è niente di vivo in questa discussione, solo corpi inerti, diverse scuole di feticismo che si contrappongono. Sia quelli della realpolitik che quelli dell'esodo dalla politica sono  prigionieri più dei propri fantasmi ideologici".

Proviamo a scavare, dunque. Un anno fa, avvenne un episodio emblematico dello scenario elettorale di qualche mese dopo: era il 9 giugno, la manifestazione contro Bush a Roma era numerosa, la piazza della sinistra al governo vuota.

La divisione interna al campo largo delle forze della sinistra di alternativa rischia di attrarre l'attenzione sul fenomeno sbagliato. Dovremmo invece pensare alle bandiere della pace che qualche tempo fa vestivano tutta l'Italia. Rappresentavano il senso comune dell'articolo 11 della Costituzione. Poco tempo dopo, il pacifismo è tornato ad essere un recinto minoritario, indipendentemente dalla piazza degli "antagonisti" o degli "istituzionali". Le due piazze erano unite dalla stessa sconfitta.

Vuoi dire che la sconfitta della sinistra è anche sconfitta dei movimenti sociali?
Una domanda di cambiamento ha fatto il giro del mondo si è diffusa, avanguardia per avanguardia, minoranza per minoranza, fino a contaminare corpi sociali, soggettività e culture. Quella domanda
giunge in Europa, in Italia, a Genova, si prospetta come la più prorompente domanda di nuova egemonia, rompe qualunque recinto minoritario. Tanto da terrorizzare il potere costituito, che reprime duramente. Perché non riusciamo a tradurre politicamente quella forza? Non ho la risposta ma è una domanda utile. Genova appare all'indomani della vittoria elettorale di Berlusconi, ma in un contesto contraddittorio: quella era una vittoria elettorale ma non una vittoria culturale. In quella contraddittorietà c'era il terreno da coltivare. Oggi si compie la transizione: l'Italia è organicamente, socialmente, culturalmente di destra. E quelle domande sono ridotte al silenzio.

All'indomani delle elezioni politiche del 2006 Bertinotti disse a Carta che Genova rappresentava l'inizio del cammino che aveva portato la sinistra al governo e che da quel momento cominciava una tappa della "rivoluzione dall'alto": la lotta alla precarietà e l'opposizione alla guerra erano l'unica forma di alternativa alle destre. Erano le tesi del congresso di Venezia. Ma quel modello non ha funzionato.
Non ha funzionato, è vero. Gran parte del centrosinistra non aveva gli occhi per vedere quanto fosse radicale lo sconvolgimento della morfologia sociale del paese e dell'Occidente. Faccio un esempio. Il moderatismo è stata l'ideologia delle classi medie. È stato presentato come propensione naturale dei ceti medi. Ma il Pd è rimasto un po' spiazzato perché inseguiva un moderatismo che non aveva più nessun fondamento sociale. Non si accorgeva che i ceti medi
erano saltati. Berlusconi vince radunando tutti i radicalismi di destra, da quelli ideologici a quelli territoriali. Il ceto medio non solo perde reddito e quindi sicurezza, e si incattivisce, ma perde il suo capitale sociale fondamentale, che è la raffigurazione del futuro. Il passaggio dal fascismo alla democrazia in Italia fu segnato dalla valorizzazione del ceto medio: un pezzo di società diventava il luogo dell'allargamento della base produttiva della democrazia italiana. Contemporaneamente oggi cambia il lavoro subordinato, cambia l'ingrediente della democrazia, del suo carattere sociale. Cambia il soggetto che dà identità alla sinistra. Il lavoro dà identità alla sinistra nella misura in cui evolve dalla dimensione biologica a quella sociale, dalla solitudine bracciantile e operaia del primo Novecento alla solidarietà di comunità che diventano classe sociale. Ci troviamo di fronte a una sinistra senza classe. Anzi: senza comunità. Anzi: senza lavoro. Una sinistra senza lavoro è elettoralmente disoccupata.

Eppure la sinistra scompare di fronte alla crisi del capitalismo: economica, alimentare, energetica. Come te lo spieghi?
È l'estremizzazione della capacità del capitalismo di trasformare ogni propria crisi in meccanismo di dominio o egemonia. In questo caso, il contesto generale è la più radicale crisi latente del capitalismo, che è costretto ad inventare la guerra infinita. La guerra non è più valvola di sfogo delle periodiche crisi, ma è strategia di governo della globalizzazione. Il capitalismo gioca la sfida definitiva, quella in cui cerca lo smontaggio finale del suo antagonista. Ci troviamo in un'epoca di formidabile destrutturazione di tutti corpi sociali, di tutte le identità collettive: invece dell'"io" dell'egoismo maturo marxiano prorompe un "io" debole, ricattabile e spaventato, bisognoso di appiccare roghi agli accampamenti di immaginari "nemici". Il capitalismo oggi raggiunge un vertice della sua vittoria. Riesce a rappresentare se stesso come puro spirito e a scaricare tutta la propria crisi sul campo avversario.

Questa egemonia è costellata di contraddizioni. È un'egemonia lunga?
Viene dagli anni settanta, che furono il punto più alto dell'egemonia della sinistra ma anche il momento in cui cominciò la controffensiva della destra. Il 1968 è l'anno fondamentale. Nella critica dei saperi c'è la consapevolezza che il potere non è soltanto un insieme di fattori materiali. È caratterizzato soprattutto dalle culture che occultano la ferocia di questi rapporti materiali. Il potere è il capitale, ma ciò che consente al capitale di riprodursi con l'ambizione di guadagnare l'eternità è l'Ideologia tedesca, è la produzione di culture e immaginario. La fabbrica cruciale è quella che riguarda la riproduzione sociale: i saperi, le forme di coscienza, le gerarchie sociali che vengono interiorizzate dagli individui come dato di natura. Dalla scoperta delle forme più sofisticate di alienazione e riproduzione del potere nella microfisica del manicomio alla gestione del corpo delle donne, dai tanti statuti disciplinari che regolavano le domande di nuova
soggettività e autonomia degli individui, penso alla progettazione urbana, che da allora viene detronizzata dalla cattedra del tecnicismo per essere insediata nelle domande degli abitanti. Non c'è ambito del sapere, non c'è paradigma cognitivo che non conosca il vento di una critica che propone la politicizzazione della vita e dei saperi. Non è un caso che alla fine il trionfo della destra venga preceduto da un urlo di battaglia: "A morte il Sessantotto". Serviva perché il lavoro tornasse ad essere grezzo dato biologico, perché il circuito della mercificazione perdesse le coordinate di consapevolezza che possono identificarlo come un processo di disumanizzazione, perché le città tornassero a crescere come luoghi dell'alleanza tra rendita fondiaria e speculazione edilizia che ha prodotto la generalizzazione della forma di periferia. Bisognava distruggere il Sessantotto perché la secolarizzazione non fosse un congedo dall'ancien régime culturale ed etico per guadagnare il mondo nuovo  dei lumi e della soggettività individuale. Ci si è congedati dal "noi" gettando il bambino con l'acqua sporca: le prigioni comunitarie sono state abbandonate insieme al senso della coralità e al sentimento fondativo dell'essere comunità. Quello che questa secolarizzazione ha prodotto è l'epifania di una soggettività infantile e nevrotica, è un "io" distruttivo, predatorio, che declina la sua ansia di onnipotenza in termini di stupro come grammatica generale della propria idea del rapporto tra i sessi, tra le persone. Un "io" nichilista.

La sinistra è sconfitta. Eppure, schematizzando un po', sembrate affermare che il pallino torni alla "politica", di fronte a una società devastata dal mercato.
La storia del Novecento ci insegna che si possono scegliere due strade, ugualmente sbagliate: quella dell'esodo dalla politica o quella dell'esodo dalla società. Sono due facce della stessa sconfitta, della interiorizzazione della fatalità della sconfitta, della sua ineluttabilità. C'è una dimensione verticale, quella del politico, e ce n'è una orizzontale, quella del sociale. Da una parte ci sono quelli che sostengono l'emancipazione dalla politica e propongono di andare nei territori, ricostruire lì gli accampamenti, una pratica orizzontale alternativa. Alcuni addirittura sostengono la possibilità che una pratica forte compensi un pensiero debole: andiamocene in periferia, fottiamocene del centro. Ciò presuppone l'intangibilità del livello verticale. L'esodo propone un alternativismo sovrastrutturale, culturale, folkloristico, che non incide mai sulla grammatica dei poteri. Come se non fosse la periferia a inventare il centro. Come se non fosse il centro a inventare la periferia. Come se non ci fosse una consustanzialità nella genesi, una simmetria tra centro e periferia.
Dall'altro lato, dal compromesso storico alle Br, s'è affermata l'autonomia del politico, di un leninismo contratto, nervoso, spiccio. Come se ci potesse essere una politica che prescinda dalla sua intelligenza dei rapporti di forza nella società. Una teoria e una pratica della trasformazione passano per una critica radicale di questa doppia autonomia: l'autonomia del politico e l'autonomia del sociale. Passano per una rete di connessioni tra politica e società che è indispensabile per non doverci sottoporre a questo referendum tra governo e opposizione.

Vuoi dire che Rifondazione comunista ha oscillato tra queste due autonomie?
Parlo della sinistra in generale. In Rifondazione c'è ancora il feticismo dell'opposizione, come nell'area larga del riformismo c'è stato il feticismo del governo e la sua livida apoteosi nella teoria della governabilità.

Ma proprio l'ingresso nel governo dell'Unione era un tentativo di uscire da questo binomio. Cosa non ha funzionato?
Non abbiamo capito che quel governo non nasceva da una vittoria elettorale. Le elezioni del 2006 non hanno segnato una svolta a sinistra nella vita del paese. Dopo cinque anni di berlusconismo, la geografia del voto del 2006 ci consegnava un'Italia spaccata in due come una mela. Era una situazione emblematica della debolezza della prospettiva. Il governo nacque dalla mezza vittoria, da un fraintendimento su quali fossero le domande del paese. Non è più neanche l'Italia del 1996, che poteva persino appassionarsi alla parabola dell'entrata nell'euro. Anche dal punto di vista del
riformismo moderato non c'è una narrazione che la solleciti, che la organizzi. Il risanamento dei conti pubblici è sempre stato funzionale alla politica dei due tempi, prima risanamento poi redistribuzione. Perlomeno c'era un "secondo tempo" all'orizzonte. In questo caso siamo stati gregari di un'idea in cui valeva soltanto il primo tempo: il risanamento economico. Ma era esplosa una gigantesca questione sociale. La destra, invece, aveva cominciato a rispondere, distillando da quello sconvolgimento la paura. Dalla paura viene un racconto, un'identità, una spiegazione. La sinistra avrebbe dovuto opporle la critica della precarietà, ha inseguito la destra sul terreno della sicurezza. Siamo apparsi anche noi privi di un alfabeto, mentre la destra parlava contemporaneamente l'unica lingua nazionale e tutti i dialetti.

Non ti pare che il dibattito congressuale di Rifondazione appaia caricaturale? Da una parte i nostalgici del Prc, dall'altra i sostenitori dell'Arcobaleno?
Non abbiamo fatto molto per impedire che fossimo trattati male. Ci siamo trattati male tra di noi. C'è un vizio di origine: la sovrapposizione alla sconfitta elettorale di una resa dei conti aspra ed immotivata, eppure sintomatica di quanto la crisi della società italiana sia anche nel partito. I miei antagonisti usano a piene mani gli stessi ingredienti con cui la destra ha costruito la propria egemonia: la paura. La paura dello scioglimento, della perdita dell'identità. Quando il mondo si sposta a destra, anche le sinistre si spostano a destra. Aggrapparsi alla terra sicura delle nicchie identitarie è una risposta di destra. Nella storia della sinistra non mancano i paradigmi di una modalità più alta per aggredire i motivi della sconfitta. Il pensiero di Antonio Gramsci ruota attorno al nodo del "perché siamo stati sconfitti". La sua ricerca è talmente larga e profonda che arriva, da una cella a Turi, a comprendere come sia mutata la forma di produzione negli Stati uniti e come questa forma di produzione incidesse sull'antropologia, introducendo la forma umana del gorilla ammaestrato della fabbrica fordista. L'analisi della sconfitta di Gramsci fu così larga da includere, con le cautele del caso, la descrizione della deriva burocratica e totalitaria dello stalinismo. Bisognerebbe studiare per sette anni le ragioni della sconfitta. Il mio partito se la voleva cavare in sette minuti.

Ti aspettavi una sconfitta così dura?
È dallo scorso anno che sono angosciato dalla bella metafora che ha usato Giuseppe De Rita per descrivere la società italiana: la mucillagine. Dal mio osservatorio vedo la politica ridotta a negoziato di interessi corporativi, micro-lobbistici e micro-localistici. Vedo arretrare l'Italia dei grandi aggregati ed emergere l'Italia del frammento, dell'egoismo infantile e nevrotico. Vedo la terra di sinistra franare. Per far vivere la sinistra è necessario un riassetto idrogeologico: il lavoro, la città, le forme di comunità. Lì dobbiamo tornare, senza pensare che ci siano formule magiche, scorciatoie identitarie o innamoramenti feticistici. Il diluvio c'è stato, ed è stato il primo caso in cui prima è apparso l'arcobaleno e poi c'è stato il diluvio. Un capovolgimento. Ma non dobbiamo cercare l'Arca di Noè, dobbiamo capire dove gira il mondo.

26 Giugno 2008, 11:11

«Penso positivo al territorio e al governo». La sinistra extragiovane di Nichi Vendola

Articolo di Romina Velchi, Liberazione 25.06.08

Oggi è il giorno del congresso, il primo nella federazione di Bari. E' sabato e la città è avvolta nell'afa estiva. Ancora più rovente, però, è il clima dentro il partito, almeno a leggere i giornali: minacce di ricorsi in tribunale, rischi di scissione, scambi di accuse al limite dell'insulto personale. Mi devo aspettare litigi, tensioni, scontri al calor bianco e addio alla politica? Perché sono nella roccaforte di Nichi Vendola, quella Puglia che a Nikita ha regalato una doppia vittoria: prima alle primarie e poi alle regionali. E che ora, magari, potrebbe regalargli la terza: quella alla segreteria del Prc. Già, quella Puglia che è anche una delle regioni al centro dello scontro interno sul "tesseramento gonfiato".
Dovrò ricredermi; e "misurare plasticamente la distanza tra la discussione nei circoli e quella a livello nazionale o ai livelli intermedi", come dice Lello concludendo il congresso della sezione Bari Petrone - una "piccola Rifondazione", il circolo cittadino più numeroso e più attivo, quello al quale sono iscritti leader nazionali del partito come Imma Barbarossa, Titti De Simone ed Eleonora Forenza, assessori come Michele Losappio. Un circolo - dalla sede piccola piccola, pavimenti in pietra e soffitti a volta, Marx appeso alle pareti e qualche scaffale di libri - al quale aderiscono intellettuali come Pasquale Voza, sindacalisti, studenti, immigrati, personalità baresi (come Maria Laterza o Alba Russo) ed è guidato da una segretaria di 21 anni che si fa punto d'onore di garantire una "gestione collegiale". Un buon esempio insomma, di come si può tornare a fare politica "in" basso, a confrontarsi con la gente in carne e ossa, con le difficoltà della vita di ogni giorno, i problemi del quartiere (e di una città dove "hai responsabilità di governo").
Il che, naturalmente, non attenua le differenze politiche. Di "prospettiva", come si dice in questo momento. Nicola Fratoianni è il segretario regionale "più amato dalle ragazze" (ma parecchi altri sono i suoi meriti... ). Pisano, catapultato a Bari per le primarie, già responsabile dei giovani comunisti, è uno (se non il principale) artefice del doppio successo vendoliano, "ma no, è merito del mitico Gaetano, il nostro responsabile organizzazione" si schermisce lui. Giovane tra i giovani: mi è difficile incontrare ultra quarantenni; anzi, ultra trentenni. La segretaria della federazione di Bari, Annalisa Panarale, una bella ragazza dagli occhi grandi e i capelli corvini, ha solo 32 anni. E sono tutti convinti sottoscrittori della mozione due, quella appunto di Vendola.
"Io sarei il liquidatore del partito? Io che il partito l'ho fatto crescere?", si arrabbia Fratoianni. Mi dispiace - ma sono qui "apposta" - gli devo fare le domande "urticanti" che girano attorno a lui e alla sua leadership: e i processi "irreversibili"? E la campagna elettorale tutta giocata in funzione della nascita del "nuovo soggetto politico"? E la "costituente della sinistra"? E' ben preparato, risposte pronte, ben formulate. "Io non parlo della costituente - replica - ma del processo della costituente. Non è la stessa cosa". Come dire: un processo non lo predetermini e l'esito, quale che sia, lo decide chi ci partecipa. "Io non so nemmeno di quanto tempo avrà bisogno" aggiunge a sua volta Annalisa.
Sì - continuo - ma chi vi partecipa? A parte Sinistra democratica è rimasto ben poco. E quanto ai movimenti, dopo l'innamoramento è seguita la separazione (anche a causa della partecipazione al governo). "Noi dobbiamo ricostruire le ragioni politiche e culturali della sinistra - spiega Annalisa - non mettere in piedi un cartello elettorale"; perché "fuori c'è una sinistra diffusa, tanta gente che è di sinistra ma non ha la tessera in tasca; che non sono comunisti ma vogliono che sia mantenuta la distinzione tra destra e sinistra". Sui movimenti, poi "sbagli - mi riprende Nicola - Non siamo noi che abbiamo abbandonato il movimento. Il 9 giugno (le manifestazioni contro Bush, ndr.) è stato sbagliato andare in una piazza diversa. Ma "di là" c'erano 30mila persone, mica 200mila". Come dire: il movimento si è abbandonato da solo.
Comunque, per Nicola vale quanto ha detto, all'ultimo Cpn, Peppe De Cristofaro, il segretario regionale della Campania: e cioè che se la Sinistra arcobaleno avesse ottenuto un buon risultato elettorale sarebbe stato "nelle cose" discutere del superamento del partito. Ma "siccome così non è stato - conclude Fratoianni - è ovvio che l'esperienza della Sinistra arcobaleno va considerata chiusa". Ma questa non è già un'ammissione implicita che il tema dello scioglimento del partito era, di fatto, all'ordine del giorno? Il no di Nicola è categorico. In ogni caso, insiste, "è curioso che chi ci accusa di voler sciogliere il partito ci proponga una gestione unitaria. No, la gestione unitaria si può fare solo su una proposta politica". Che è quella, appunto, del "processo costituente della sinistra": "Il punto è che se non fai quello, non salvi nemmeno Rifondazione comunista. Questo è ciò che ci distingue dalla proposta di Ferrero".
L'accusa che a Nicola brucia di più è quella di aver gonfiato il tesseramento. "Il tesseramento in Puglia cresce ininterrottamente dal 2003 e questo grazie al lavoro di cura che gli abbiamo dedicato. Cosa che dovrebbero fare tutti quelli che oggi parlano di partito di massa: abbiamo raddoppiato gli iscritti dal 2004, aperto nuovi circoli e comprato la sede. Insomma abbiamo fatto operazioni di insediamento. Altro che liquidare". Non demordo (sono qui "apposta"): però vi accusano di aver "spinto" sul tesseramento 2008, lasciando senza tessera chi era già iscritto nel 2007, tanto avrebbe votato comunque: "Sì certo - risponde ironico Nicola - abbiamo fatto pressioni incredibili, siamo cattivissimi, non si vede? E avremmo fatto tutto questo per prendere, per esempio a Ostuni, due voti e darne 6 su otto a Pegolo (e zero a Ferrero)? Ma via...".
Né si può certo evitare - a Bari, in Puglia e a ridosso del congresso nazionale - di parlare di Nichi Vendola. Tiene banco infatti la questione del suo eventuale doppio incarico: si ritroverebbe segretario nazionale e presidente della Regione, nonostante le decisioni prese alla conferenza di Carrara poco più di un anno fa. Lo accusano anche di aver trasformato il congresso in una sorta di primarie sul leader, di referendum. E inevitabilmente, qui "la vicenda amministrativa diventa ulteriore motivo di polemica", osserva Fratoianni. Infatti, secondo Imma Barbarossa "in Puglia c'è un imbarazzo generale a dire no alla mozione 2 per paura che se Nichi perde, cade la giunta".
"Ma come si fa - scatta Fratoianni - a dire di no all'unica figura veramente nuova del partito?"; che ha "la capacità di connettersi con le persone? - incalza Annalisa - Che è una garanzia?". "E poi respingo l'accusa di essere un leaderista - insiste Nicola - Intanto, anche Bertinotti all'altro congresso era candidato in modo esplicito. E poi, il doppio incarico è un'opportunità, perché non potrà fare tutto lui". Come dire: l'opposto del leaderismo. "Non essendo ubiquo - mi spiega Gaetano, che dismessi i panni del responsabile organizzazione ha indossato quelli del Cicerone e mi accompagna in un affascinante tour di Bari Vecchia - permetterà davvero una gestione collegiale. Che per altro noi qui già pratichiamo. Lasciare spazio a piccoli gruppi dirigenti locali secondo me è più formativo di tante Frattocchie. Proprio per questo non accetterei mai che Vendola fosse segretario regionale mentre è presidente della Regione". Ma soprattutto, Vendola "è l'unico dirigente nazionale ad avere esperienza di governo - aggiunge Nicola - Che è una fonte enorme di conoscenze: io ho scoperto qui cos'è veramente una Asl".
Già, il governo: una questione spinosa anche e soprattutto qui. "Prendiamo la sanità - racconta Gaetano - Abbiamo eliminato il ticket sanitario per due milioni di pugliesi, stabilizzato 5000 lavoratori, rimesso in piedi l'Osservatorio epidemiologico regionale, accorpato Asl. Solo che è difficile ottenere consenso compiendo l'impresa di ridurre le liste di attesa per un'ecografia da due anni a sei mesi, perché sei mesi sono ancora un tempo inaccettabile. E spesso noi stessi non sappiamo vendere i risultati ottenuti, preferendo fare polemiche tra di noi". Riemerge, insomma, la contraddizione: il successo di Vendola non si è trasformato in consenso elettorale (il 13 e 14 aprile il Prc ha ottenuto in Puglia il 2,9%).
Di tutto ciò si discute, ovviamente, anche durante il dibattito del congresso al circolo Benedetto Petrone (dal nome del giovane militante ucciso dai missini nel 1977), anche chiamato Kasbah, perché situato in un quartiere del centro ad alta densità di immigrati: troppo piccolo per accogliere tutti, qualcuno deve restare fuori. Un dibattito a tratti teso, ma franco e mai offensivo, come si conviene a persone che da tempo lavorano insieme (è già abbastanza che amicizie vecchie di anni siano andate in frantumi). E poi a stemperare il clima c'è la freschezza (qualche volta un po' ingenua, ma sicuramente corroborante) dei giovanissimi iscritti (tanto giovani da essere tutti sotto esame). Chiedono al partito di dare un senso alla politica; criticano il gruppo dirigente ("lacrime di coccodrillo"); cercano una "prospettiva più lunga del 24 luglio"; vogliono una "Rifondazione aperta"; pensano positivo, nonostante tutto ("sono un militante deluso, ma continuerò a militare perché non siamo ancora sconfitti"). A loro soprattutto si rivolge Titti De Simone, quando domanda: "Dobbiamo restare come siamo o aprirci e cambiare noi stessi? Fuori succedono delle cose: o le intrecciamo con il nostro dibattito o saremo spazzati via".
Finisce come da copione (o quasi): 89 voti alla mozione due, 12 alla uno e, a sorpresa, 6 alla cinque (Russo-De Cesaris). Tradotto in delegati: 1 per la mozione uno, 11 per la due, 1 per la cinque. Il documento Vendola è maggioranza in Puglia, una delle regioni considerate strategiche: per dire, a Massafra, a Sava, Acquaviva o San Pietro Vernotico non c'è stata gara; i congressi sono finiti rispettivamente 56, 18 e 23 a zero. Ma, come sempre, ci sono le eccezioni. A Barletta, per esempio, dove già l'area dell'Ernesto battè Fausto "100 a 7" (ricorda Fratoianni citando un articolo de il Riformista del 2005) e oggi è saldamente in mano all'area di Claudio Grassi, alla mozione uno sono andati 130 voti e solo due a Vendola; e a Taranto, dove la maggioranza della federazione è schierata con Ferrero.
Dopo 14 congressi di sezione nelle varie provincie, su 642 iscritti 233 hanno votato per Ferrero, 242 per Vendola, 8 per Pegolo, 3 per "Falce e martello" e 6 per Russo-De Cesaris. Ma manca ancora, per esempio, la provincia di Lecce e lì, prevedono i sostenitori della mozione Acerbo-Ferrero, "ci faranno il cappotto".

19 Giugno 2008, 12:05

Spazio e tempo per la sinistra

Carissim*,
avete scritto in tanti e proverò in queste poche righe a dare risposta alle domande più urgenti. Intanto è pregevole e mi dà ossigeno il desiderio diffuso e forte di ricostruire, la disponibilità a dedicare il proprio tempo, pezzi di vita quotidiana per restituire voce e volto a quella sinistra che, benché battuta, esiste aldilà di chi ha tentato di rappresentarla politicamente.
Quando mi si chiede che cosa faremo se il progetto della mia mozione non dovesse essere maggioritario al congresso rispondo che sarebbe grave la cristallizzazione di questa frattura perchè la diversità delle opinioni dovrebbe rappresentare una ricchezza e avere un carattere propedeutico alle decisioni. Credo che la scissione peggiore sia quella dalla vita reale e immaginare che un partito debba essere un piccolo gruppo è una scissione dalle necessità sociali.
Quindi abbiamo bisogno di un grande partito, di una rifondazione che rimetta in campo se stessa come un cantiere dell'innovazione e avverta come preminente la necessità di contribuire a ricostruire il campo largo della sinistra.
A chi mi accusa di voler sciogliere il partito rispondo che bisognerebbe avere più rispetto per le storie personali: io ho fondato il Partito della Rifondazione Comunista, tengo tantissimo alla comunità che al mio partito fa riferimento, e se c'è qualcosa che mi piacerebbe sciogliere sono le dinamiche di corrente che talvolta corrodono elementi fondativi, di solidarietà, dentro una comunità politica. Noi invece, come è noto, proponiamo un processo costituente. Processo nel senso di cammino, perché abbiamo la necessità di sperimentare luoghi nuovi nei quali restituire senso al fare politica.
E costituente perché abbiamo di fronte una radicale desertificazione sociale e culturale della sinistra. Si tratta di rimettere radici nella società. E mi sentirei eccessivamente bizzarro se, dopo 37 anni di militanza comunista in cui ho fortemente criticato la forma partito, volessi costruire tutto questo soltanto nel recinto di quella forma partito. Niente di più.
Buona navigazione. Ancora una volta.
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