Risultati nell'archivio di nichivendola.it per: Novembre 2014
25 Novembre 2014, 17:59

Rivoluzione culturale

C’è una strage continua nel nostro Paese. Sono già 179 le donne uccise dall’inizio dell’anno: un bilancio di sopraffazione insopportabile. Una strage che si somma all’altrettanto intollerabile elenco di stupri, molestie sui luoghi di lavoro, violenze domestiche. Una guerra, che spesso si svolge proprio tra le mura domestiche, in famiglia.
Sconfiggere la cultura familistica di facciata ed il rapporto sesso-potere-violenza è la sfida vera di un Paese che deve avere il coraggio di cambiare.
Il problema è innanzitutto culturale e sociale. La violenza di genere non è un fatto di cronaca. È un fatto politico. Non esiste la possibilità del cambiamento se non si parte dalla voce della libertà delle donne e se non ci si accorge che la violenza, la brutalità nei confronti delle donne si annida nella grammatica delle ordinarie relazioni tra maschile e femminile, nei costumi sessuali, nella loro gerarchizzazione. Nel senso comune.
Dovremmo adoperarci tutti quanti affinché si realizzi un profondo e radicale mutamento delle relazioni uomo-donna e del ruolo della donna in ogni ambito della quotidianità. In Italia la parità fra generi è ancora molto lontana dall’essere realizzata compiutamente. L’accesso all’istruzione e alla politica, le differenze in materia di salute e aspettativa di vita, rendono il nostro Paese ancora lontano dall’essere un Paese civile. Nessuno si deve sentire escluso nella missione di far smottare questa insostenibile arretratezza.
In questi anni, qui in Puglia, noi non siamo stati fermi. Noi ci stiamo provando. Abbiamo disseminato il territorio di centri antiviolenza e di case rifugio per le donne che denunciano i loro sfruttatori e, grazie ad una legge approvata all’unanimità dal Consiglio Regionale, abbiamo cominciato con fatica a costruire una rete di servizi che aiuti concretamente le donne. Così come, grazie ancora a questa legge regionale, la Regione Puglia nei giorni scorsi ha potuto chiedere, per la prima volta, di costituirsi parte civile in un processo per femminicidio.
Certo, occorre tempo per un profondo cambiamento culturale, ma è anche vero che non c’è più tempo da perdere. Tutto questo noi continueremo a farlo con sempre maggiore vigore, nella piena consapevolezza che la libertà delle donne è un contributo formidabile per il futuro del nostro territorio.
24 Novembre 2014, 20:52

Renzi trionfa sulle macerie...

Matteo Renzi trionfa sulle macerie del Paese. Lo fa nell'accondiscendenza servile delle grandi lobbies dell'informazione che accudiscono e coccolano il lato cortigiano del "costume degli italiani". Lo fa portando a compimento il rovesciamento dell'anomalia italiana, da democrazia inclusiva e partecipativa a democrazia selettiva e notabilare.
L'attacco al sindacato è una potente riorganizzazione della struttura di comando, vieppiù indifferente alla mediazione sociale. L'assedio ai simboli non della casta ma del mondo del lavoro è il disinvolto congedo dal Novecento: una uscita a destra, senza se e senza ma. Ora la scacchiera si riduce, l'astensionismo è il rifiuto del gioco (quando il gioco viene percepito globalmente come gioco al massacro), lui vince comunque.
Nell'Emilia rossa, che fu il laboratorio del civismo e del buon amministrare, vince nel deserto del disincanto e della fuga dalla cosa pubblica. La cosa pubblica, appunto: che o si presenta come cosa immonda, oppure come cosa che è incapace di fermare la paura, il disagio, il gelo di nuove povertà.
Nella Calabria spolpata viva dal malaffare e dalla malapolitica, il "chi ha vinto" è ancora tutto da costruire: la domanda di cambiamento è forte, occorre immunizzarla dai virus del trasformismo e farla vivere come una alternativa efficace e dirompente alla 'ndrangheta. In entrambe le regioni occorreranno risorse importanti per la messa in sicurezza del territorio, occorreranno molti cantieri e molta legalità, più velocità ma non meno controlli, ma soprattutto occorrerà uno strappo col passato, un "cambiare verso", che è il contrario dello sviluppismo cementificatorio partorito dallo sblocca-Italia. Qui la rivoluzione ci serve ma non è quella generica della retorica renziana (velocizziamo, sburocratizziamo), è quella dello "stop" al consumo di suolo, si alla rigenerazione urbana, progettando insieme smart cities e agricoltura di qualità. Insomma il voto di una regione del Sud e di una del Nord hanno riconsegnato al centro sinistra una vittoria con molte incognite e molti problemi: se nel cuore della storia della democrazia partecipata vota solo una minoranza, allora siamo ad un passaggio epocale.
Cambia la qualità della democrazia. Nel disagio sociale e nel disfacimento del blocco berlusconiano cresce il ruspante Salvini. Sel, reduce da qualche sfregio subìto e data per morta all'inizio dell'estate, ha un buon risultato, anche l'altra lista a sinistra prende un consenso importante. Non è poco, è il punto di ripartenza, e la partita vera, quella che vede muovere il conflitto sociale e la contestazione culturale, è appena cominciata.
A queste considerazioni occorre aggiungerne un'altra, direi dirimente: prendo ad esempio i due nuovi governi regionali che dovranno innanzitutto cimentarsi con il seguente problema: procedere nella gestione territoriale del Welfare a trovare un punto di equilibrio tra la crescita dirompente e drammatica di bisogni di protezione sociale e la drastica riduzione dei trasferimenti dello Stato alle Regioni delle relative risorse finanziarie. Si tratta di un equilibrio piuttosto complicato, assai simile alla quadratura del cerchio.
E infine, i vittoriosi nuovi governanti potranno finalmente operare l'unico vero cambiamento epocale che gli compete: abolire il titolo di "Governatore", visto che il loro ruolo sarà quello di spiegare a valle ciò che si deciderà alla corte del nuovo centralismo. Se questa descrizione senza fronzoli ha un senso o un qualche fondamento nella realtà, mi chiedo dove siano volati gli spiriti alati del pensiero liberale o del pensiero federalista. Me lo chiedo con dolore, perché vedo aperto e vorticoso il processo di smembramento dell'architettura democratica e persino del linguaggio della politica e anche di qualcosa che va oltre la politica " politica" ma che allude alla tavola dei valori.
In questo caso è come il compimento della parabola berlusconiana che inglobava la politica nel linguaggio della pubblicità. Insomma non vi pare strano vivere in un Paese le cui èlites sui propri giornali per vent'anni ci seducono con le prodezze del federalismo, il talismano invocato contro un centralismo tentacolare e corruttivo; poi di botto, da un giorno all'altro, senza alcuna spiegazione, scompare la parola federalismo, e torna invece in forma di corpo del reato, la parola "regionalismo". Si dice che questa sia la conseguenza di "Mutande verdi" e altre goliardiche ruberie che, nello strazio della crisi economica, hanno indignato gli italiani.
Ma non appare paradossale che l'indignazione del popolo venga usata per privare il popolo di quei pochi poteri di cui dispone per farsi valere? Siccome i consiglieri regionali si compravano profumi e balocchi con i soldi dei contribuenti allora priviamo i cittadini che abitano l'Italia adriatica di dire se gradiscono o meno che il loro mare sia trasformato in una piattaforma energetica per le multinazionali del petrolio. Ho detto petrolio, l'eroe di un mondo finito, caro Matteo. Cari Matteo...
Ma qui il coraggio non è più una battutina da Barbara D'Urso.
Dal Blog su HuffPo di Nichi Vendola
14 Novembre 2014, 18:34

Un presidio per la democrazia

Oggi ho partecipato alla manifestazione della Fiom a Milano. Quella piazza non è 'soltanto' una piazza in cui si rivendicano i diritti per il lavoro ma è un presidio per la democrazia. Se muore quella piazza, se il governo e la politica non ascoltano il grido di dolore sociale che qui si alza, poi arrivano i forconi del ribellismo disperato. Quella piazza serve a tutelare la civiltà del lavoro.
Siamo al settimo anno di crisi economica e sociale, l'Italia permane dentro una condizione drammatica, e recessione significa un impoverimento reale per milioni di famiglie dei ceti medi e popolari.
E a fronte di questa condizione del Paese che si schianta e che viene seppellito dal fango, abbiamo un governo che risponde con lo SbloccaCemento, con una manovra di bilancio che uccide il welfare che abbiamo conosciuto, togliendo a comuni e regioni le risorse per alimentare i servizi sociali, il trasporto pubblico locale, l'organizzazione del sistema sanitario. E contemporaneamente si dice che per aprire il mercato del lavoro ai giovani bisogna togliere quei pochi diritti che sono rimasti.
Il Jobsact è un terreno recessivo: permangono le decine di forme di lavoro precario, c'è la possibilità del demansionamento. E sopratutto non è la risposta necessaria per combattere la crisi, servono una politica per creare lavoro nel Paese e una politica industriale che non ci sono.
Quali interventi, ad esempio, per il riassetto idrogeologico di questa italia sott'acqua, quanti posti si potrebbero creare da subito su questo fronte? Il Jobsact di Obama non toglieva diritti, ma metteva miliardi di dollari a sostegno della ripresa economica e per creare lavoro.
Per noi non ci sono pannicelli caldi che possano migliorare quel provvedimento, e la battaglia parlamentare che condurremo nei prossimi giorni andrà in questa direzione.
Anche il governo ha un'occasione per far cambiare l'Italia. Davvero.
05 Novembre 2014, 16:21

Omertà di Stato

Sulla drammatica morte di Stefano Cucchi non commento le parole vergognose di chi fa il sindacalista in un modo che trovo veramente privo di decenza. Sono invece molto contento delle parole del Presidente del Senato, che rivelano un problema che c'è nel nostro Paese, che è l'omertà di Stato.
L'Italia è un Paese che non ha il coraggio di approvare una norma contro la tortura ed è un Paese nel quale puo' accadere, e ripetutamente accade, che persone che vengono affidate vive allo Stato, possano essere dallo Stato restituite morte ai loro famigliari.
La pena di morte in Italia non esiste, quindi anche una persona brutta, sporca e cattiva, di quelle che non piacciono ai sindacalisti di polizia maschi e virili, ha il diritto alla vita. Quando si parla di tragedie come questa, bisogna anche avere il sentimento della umanità, in un Paese in cui molte volte la vita degli altri vale meno della vita nostra.

Sostienici con una donazione

Dona

Iscriviti alla newsletter

Contatti

SEL

via Arenula, 29
00186 Roma
TEL. +39 06 44700403
FAX. +39 06 4455832
selnazionale@sxmail.it

Email

Redazione
redazione@nichivendola.it

Link

Sinistra Ecologia Libertà
www.sinistraecologialiberta.it