Risultati nell'archivio di nichivendola.it per: Settembre 2015
30 Settembre 2015, 10:17

La sconfitta non fu mai la resa

Forse delle tante eresie di cui si compone una biografia così combattuta, così densa di spiazzamenti e di ripartenze, quella che alla fine della sua vita viene tramandata a noi come la più fertile ha a che fare con la bellezza. E' della bellezza che ha bisogno, sempre, la politica, la sua cultura critica, se vuole giungere là dove solo può avere un senso, andare verso quel "fondo delle cose" entro cui si costruisce il suo rapporto con l'umano. E di certo, di tutte le eresie che lo hanno attraversato, questa appare a prima vista la più difficile da spiegare,oggi. Oggi che la politica vive e muore nell'eterno presente e nel cinismo del potere, dove si incontra più quella tensione politica verso l'umano che è stata il tratto costante, la coerenza cocciuta e assoluta, di un uomo come Pietro Ingrao? Eppure il nodo è qui. Lo ereditiamo da lui, intriso di quell'interrogazione permanente che ha percorso il lungo secolo dei suoi giorni intenti a spingere ogni volta "lo sguardo più lontano". Com’è noto, quell'esigenza radicale dell'umano sorge e si condensa, si apre e si chiude nell'esperienza di Ingrao, a partire dall'arte. E' da lì, dalla creazione artistica, che scaturisce quella spinta verso la libertà, verso la bellezza della vita, delle molteplici vite umane, che interroga l'essere nel suo darsi un senso nel mondo. Ma è nella politica, come ricerca e come pratica, che più di tutto si compie. Sarà, come sappiamo, la guerra di Spagna a decidere del suo destino, inscrivendo proprio l'intreccio tra pace e guerra come questione fondante nell'orizzonte del suo pensiero ininterrotto. E così quando si tratterà di filtrare dal tumultuoso avvicendarsi delle epoche vissute e degli avvenimenti attraversati una goccia di pura verità della propria esperienza politica, resterà quel verso netto, incontrovertibile, così poco ermetico di chi voleva la luna e dice a se stesso come a noi "pensammo una torre / scavammo nella polvere". E' l'ammissione di una sconfitta, non l'abbandono ad una resa. Fa parte della sua pedagogia di uomo pubblico considerare ogni volta l'importanza che hanno i vinti dentro il farsi della storia: questo è di per sé un contenuto politico e rivoluzionario da cui ripartire. Perché l'idea di politica che ha coltivato, e praticato, Pietro Ingrao è quella di un'incessante lotta che ha nella democrazia il suo ultimo compimento. E la qualità della democrazia si svela nella condizione materiale del lavoro, nel vocabolario "costituente" del femminismo, nella conversione ecologica di uno sviluppo capace di misurarsi col futuro, nella necessitata radicalità di un moderno pacifismo. Guardiamo all'idea di Stato, così inedita, così articolata, così innovativa che ci viene dall'originalità del suo pensiero e rendiamoci conto che, almeno noi, almeno la sinistra, non può permettersi la semplificazione di rubricarla come un'esperienza novecentesca chiusa in sé. Non si pone forse oggi come cruciale per la democrazia il nodo del rapporto tra il potere e le classi, i movimenti, i singoli individui concreti ? E cosa potrà mai essere la democrazia medesima senza una socializzazione della politica, senza un incontro fertile di quel che si muove nella società con le istituzioni, senza il proiettarsi del fermento sociale nello Stato per trasformarlo? Appare come un'illuminazione, oggi, l'idea di "riforma dello Stato" coltivata da Ingrao come "la principale riforma economica da realizzare". Così come luminosa appare, nel buio odierno, quella sua visione del partito politico come "farsi del molteplice del mondo", cioè come pluralità, come problematicità della condizione umana degli individui, come soggettività collettiva che mai si confonde con lo Stato ed ha in sé la forza trasformatrice di un progetto da praticare? Il dubbio allora non è un tarlo che porta verso lo scetticismo, è un metodo che si fa strada verso la conoscenza dell'inedito. E lo stare nel "gorgo" non è il ripiegamento dopo una sconfitta, ma un andare incontro a quel che fermenta nel sociale e nella vita, guardandolo dal limite, dalla frontiera che germina un tempo futuro. Su queste eresie dobbiamo lavorare.
28 Settembre 2015, 17:37

Ciao Pietro

Un vecchio meraviglioso che non ha mai smesso di avere curiosità per il mondo e di pensare che la politica non è la lotta cinica per il potere, ma è la possibilità di costruire una coscienza più larga, la possibilità di cambiamento sopratutto per chi soffre, per chi è escluso, per chi è inciampato. Ingrao è stato un ostinato testimone della necessità di rimettere nel vocabolario della lotta politica la parola pace e disarmo. E la volgarità dei tempi in cui ci è dato di vivere rende ancora la sua figura ancora più solare. Pietro è stato la nobiltà della politica, l'amore per la vita, la ricerca della libertà. E' stato tanta parte della nostra vita. Lo abbracciamo con amore e gli diciamo: grazie, vecchio Pietro.
21 Settembre 2015, 13:10

Grazie Tsipras

La vittoria di Tsipras è una scossa elettrica per l’Europa, riapre completamente la partita sul terreno delle politiche dell’austerity. Oggi siamo di fronte a un bivio: non si puo' immaginare di far vivere l’Europa con le politiche che soffocano i diritti umani e i diritti delle persone, non si puo' immaginare che il destino dell’Europa sia produrre miseria. Questa  e' la partita che ha aperto Tsipras. Lo ha fatto con il coraggio nel sottoscrivere un compromesso terribile ma portando a casa questo risultato.
Oggi in tanta parte della sinistra europea si è riaperta una questione: Corbyn ha vinto le primarie del partito laburista inglese, nella socialdemocrazia tedesca c’è una base in fermento, i socialisti spagnoli si stanno spostando a sinistra. E questo lo dico in particolare anche a tutti coloro che in queste ore, dopo che per la terza volta consecutiva il popolo greco ha dato la propria fiducia ad Alexis, nel nostro Paese improvvisamente si svegliano e cercano di passare per ferventi tsiprasiani, nonostante continuino con politiche di governo degne della destra. 
Tsipras è la dimostrazione che un’altra Europa è possibile, e puo' trovare le risposte alla crisi nella difesa dei più deboli, della lotta alla povertà e alle diseguaglianze.
16 Settembre 2015, 08:37

Con l'Europa di Tsipras

Sono giorni cruciali per il futuro dell’Europa e del Mediterraneo. La cronaca quotidiana ci restituisce il senso epocale di ciò che sta avvenendo a ogni latitudine del vecchio Vontinente, ferito dalla violenza delle politiche di smantellamento del Welfare, imprigionato nella gabbia ideologica e materiale delle oligarchie finanziarie e dei loro funzionari politici, spaventato dai fantasmi della povertà: quella indigena cresciuta a dismisura sotto i colpi dell’austerity, quella palesata in forme drammatiche dall’esodo biblico di profughi e migranti. Sembra l’Europa del primo Novecento, affamata di pane e di populismo, drogata dal nazionalismo, malata di xenofobia e razzismo. Tornano i muri, a segnare l’asimmetria di diritti e di potere tra noi e gli altri.  E il fascista Orban, in quell’Ungheria da film dell’orrore, ordina di arrestare i profughi (credo che non ci siano molti precedenti nella storia dell’umanità di un tale esibito livello di barbarie).  In questo mefitico contesto l’archiviazione del blairismo – e cioè del tacherismo di sinistra – con la vittoria di Corbyn nelle primarie del Labour Party, rappresenta un varco significativo nel muro di subalternità al liberismo del partiti del socialismo europeo. E tra qualche giorno il ritorno alle urne del popolo greco potrebbe consolidare un fronte politico e sociale che, su scala continentale, provi a rovesciare l’agenda della Troika. Difficile non cogliere il nesso di causa-effetto tra impoverimento e rancore sociale, tra austerity e movimenti reazionari: e dunque occorre costruire una relazione forte tra lotta per l’accoglienza di chi scappa dalle brutalità della guerra e redistribuzione della ricchezza, tra solidarietà e giustizia sociale. La questione greca è sempre aperta, nella sua dimensione materiale e nei sui riverberi simbolici. C’è un popolo alla fame e c’è una politica "carolingia" che immaginava il futuro dell’Europa libero dall’ingombro di quel piccolo grande Paese, di quel luogo fondativo di noi stessi, della nostra civiltà e del nostro immaginario.  Tsipras è stato l’unico leader europeo che ha rotto l’incantesimo della retorica liberista: isolato da tutti i governi riformisti (di destra o di sinistra non conta, quando hanno in testa la stessa idea di riforme), stretto in una tenaglia drammatica dal dominus tedesco, il capo di Syriza ha rifiutato il rischio dell’avventurismo implicito nella Grexit, ha accettato un compromesso terribile ma ha aperto una finestra sulla questione decisiva della ristrutturazione del debito ed anche sul senso medesimo di una Unione europea che fugge dalla democrazia e fonda la propria legittimazione sull’autorità dei mercati.  Per queste ragioni è importante che torni a vincere quel Davide ellenico che sa prendersi le sue responsabilità e che non ha paura della volontà del suo popolo.   Pubblicato nel blog di Nichi all'interno di Huffington Post.
15 Settembre 2015, 13:59

Né apocalittici né integrati

Come dare corpo e anima, qui e ora, dentro una transizione melmosa e regressiva, al soggetto dell’alternativa? Come uscire dalla palude di tutte le nostre sconfitte, ridando vigore ad una speranza che si alimenta di pensiero critico e si struttura come cooperazione consapevole e comunità di senso? Non credo che servano scorciatoie metodologiche o invenzioni politicistiche: lungo e impervio è il sentiero che abbiamo dinanzi, pesa l’affanno e spesso il rancore di tutte le nostre biografie, rischiamo ad ogni tornante di separare l’ansia di futuro dalla cognizione profonda del passato. Soprattutto rischiamo di discutere ideologicamente del "che fare?", come se non fosse squadernato dinanzi ai nostri occhi (spesso accecati dal dolore) il terreno di un conflitto di civiltà che non solo recide legami sociali e svuota il lavoro di valore sociale, ma che colpisce e falsifica ogni idea di umanità. Voglio dire che la nostra ricerca –  il duro cimento di una nuova Weltanschauung della sinistra –  non può essere una fuga idealistica dalla politica, e cioè da un agire collettivo che si oppone alla frantumazione sociale e alla solitudine individuale, e cioè dal praticare quei conflitti che sono pedagogia del cambiamento e prefigurazione di nuove e più ricche relazioni tra le persone e tra i popoli. Anche la fenomenologia nevrotica del ceto politico delle sinistre – su cui insistono molti interventi pubblicati da Il Manifesto – non mi pare possa essere assunto a ragione e causa della nostra sconfitta: direi che ne è una conseguenza, un epifenomeno non spiegabile con le lenti del soggettivismo. La "rivoluzione passiva" che ha accompagnato come un’ombra il ciclope  delle politiche liberiste ha rimodellato sistemi economici e corpi urbani, ha ripensato la vita e i bisogni e i desideri, investendo su quel codice di "individualismo proprietario" sulla cui antropologia ha scritto pagine memorabili Pietro Barcellona. Si è ribaltato un intero vocabolario, quello che dalla rivoluzione francese fino alla grande eresia del Sessantotto scavava nell’immaginario soprattutto degli oppressi le trincee di una nuova coscienza: solidarietà, eguaglianza, liberazione, sono parole spolpate vive e sputate via dalla grande macchina digestiva del turbo-capitalismo finanziario. Appunto, come diceva la Lady di ferro: la società non esiste, esistono solo gli individui. Molto più di una proposta politica, con la conseguente produzione di una politica imprigionata ad un vincolo esterno: l’immodificabilità (ontologica) del sistema. Qui siamo, in una dimensione iper-ideologica e iper-realistica, dove la società coincide col mercato, la cittadinanza diviene consumo, le persone sono clienti. Non cerco alibi per i nostri errori, ma vorrei leggerli nel loro contesto reale. La mercantilizzazione delle città e della natura, la riduzione del lavoro a questione economico-corporativa, l’aziendalizzazione progressiva delle funzioni sociali dello Stato, la precarizzazione della vita: in questo gorgo è stato risucchiato tutto il mondo nostro, la democrazia di massa e il moderno costituzionalismo democratico, persino un’idea di fraternità nel comune destino del genere umano. Anche la discussione sulla forma-partito va collocata a questo livello: altrimenti resta solo il volontarismo velleitario e il marketing elettorale.  Nominiamo i problemi, senza esorcizzarli: sono crepate tutte le sinistre novecentesche, non solo il comunismo irreale delle società dell’Est  ma anche quel riformismo socialdemocratico che ha spento la sua stella ponendosi come variante morbida della rivoluzione liberista. Nello scontro animalesco tra oligarchie europee e Tsipras, una contesa cruciale sulla natura e sul destino dell’Europa, i riformisti continentali sono stati un’eco stridula della voce della Merkel, al massimo criticando l’etica o l’estetica dell’austerity ma mai smontandone il fondamento ideologico e la brutale architettura politica. Il selvaggio realismo di Berlino e di Bruxelles ha comandato il verbo della lotta contro il debito pubblico, che è stata tradotta automaticamente in lotta al Welfare e ai diritti sociali. Che paradosso: quelli che hanno spinto l’economia nel vortice della finanza creativa quanto tossica, quelli che hanno protetto la separazione progressiva del business dal lavoro e dalla produzione, quelli che hanno avvelenato mercati ed esistenze, sono gli stessi che ci indicano moralisticamente rigore e austerità come via obbligata da percorrere: nel nome del futuro, manco a dirlo. Mentre loro continuano a divorare tutto il presente e lasciano sul marciapiede un esercito di nuovi poveri,  generazioni di scarto e altri effetti collaterali. ll Capitale ha rovesciato la sua crisi sui suoi naturali antagonisti (il lavoro subordinato e i giovani ), la crisi della globalizzazione liberista si è presentata come pura "natura": e nelle mille drammatiche fratture che si sono aperte – tra centro e periferia, tra vecchi e giovani, tra indigeni e stranieri, tra ultimi e penultimi – si sono radicate le culture della paura e dell’intolleranza. Le dimensioni di massa della disoccupazione e della povertà, con la progressiva proletarizzazione del ceto medio e del lavoro intellettuale, si traducono in incubazione di nazionalismo, xenofobia, fascismo. Il muro di Orban è come un promemoria di quella recente storia europea che torna, nel lessico dei media e della politica, come linguaggio delle nuove élite populiste:  non più come folclore delle svastiche nelle curve degli stadi, ma come paradigma di una politica che divorzia dalla convivenza. Il fascismo come grande rimosso (retoricamente come grande rimorso) della modernizzazione autoritaria del vecchio continente. Allora io penso che la sinistra del futuro debba fare dell’europeismo sociale e solidale la propria bandiera: ripartendo dalla messa in discussione dei trattati, stracciando le carte che hanno dato forma giuridica di legge ai totem e ai tabù del liberismo.  Parlo di un orizzonte ideale ma anche di pratiche politiche. A partire dalla costruzione di una rete delle città-laboratorio, delle amministrazioni locali progressiste, che sul tema cruciale dell’accoglienza dei migranti e dei profughi, dei bisogni abitativi e di assistenza dei soggetti vulnerati dalla crisi, della tutela del paesaggio e della bellezza, delle esperienze di conversione ecologica della mobilità piuttosto che della gestione dei rifiuti, siano in grado di evocare un nuovo civismo, un buon vivere, una trama di socialità in cui le persone si riconoscono ciascuna nella propria diversità. Ecco: un nuovo soggetto non nasce in laboratorio, non nasce nella furbizia separata del politico, né nella pretesa ingenuità del sociale. Nasce dentro uno sguardo nuovo sul mondo, autonomo non perché vocato all’estremismo o al minoritarismo ma perché capace di stare nei conflitti. Uno sguardo all’altezza dei dilemmi di fondo del nostro tempo, senza nostalgia dei miti defunti, ma curioso, aperto, libero da pregiudizi. Non dobbiamo scegliere tra sinistra degli apocalittici e sinistra degli integrati: ma avere cura di una domanda sociale di cambiamento che oggi impatta duramente con l’offerta populista, quella del populismo dall’alto di Renzi e quella del populismo dal basso di Grillo. Ma anche la "cosa immonda" di Salvini ci interroga e ci chiede di essere lì, nelle frontiere più esposte alla crisi e al lavoro sporco delle destre. C’è bisogno di tutti, ma c’è bisogno che tutti abbiano questa consapevolezza: non ci salverà la somma algebrica di tutte le piccole cose che ci sono. Ovvio che occorre liberarsi da vecchi risentimenti e da rissosità a sinistra, che oggi  appaiono persino patetiche. Ma solo una cultura politica forte, una cultura programmatica fondata sulla connessione tra saperi e competenze, profondamente attraversata dalle parole e dalla libertà delle donne, bonificata da ogni forma di integralismo culturale: solo questo, così penso io, può salvare, qui e ora, quella speranza politica a cui diamo il nome di sinistra. (Articolo di Nichi Vendola pubblicato su il manifesto del 15 settembre 2015).
Precedenti

Sostienici con una donazione

Dona

Iscriviti alla newsletter

Contatti

SEL

via Arenula, 29
00186 Roma
TEL. +39 06 44700403
FAX. +39 06 4455832
selnazionale@sxmail.it

Email

Redazione
redazione@nichivendola.it

Link

Sinistra Ecologia Libertà
www.sinistraecologialiberta.it