La riforma della giustizia minaccia alcuni fondamenti della nostra civiltà giuridica e lancia un’ipoteca sull’autonomia e l’indipendenza dei pubblici ministeri. E’ epocale nel senso che è da un epoca intera che si parla di questa riforma, che in realtà è il tentativo mal celato di sottrarre un pezzo della classe dirigente di questo paese, ai suoi guai giudiziari.
Diciamo che è dal 1994 che il dibattito sulla giustizia e, di più, tutta la politica italiana è paralizzata da annunci di riforme epocali che servono a coprire cose un po’ meno epocali come le incombenze giudiziarie del premier.
Insomma, la giustizia andrebbe riformata perché c’è una giustizia negata per i cittadini; andrebbe riformata perché le imprese falliscono per via della inesigibilità dei crediti; andrebbe riformata perché le carceri italiane sono il sintomo della mancanza di giustizia tipica del nostro paese; andrebbe riformata perché in Italia vige un doppio codice: giustizialista con i deboli, garantista con i potenti.
Mentre l’orizzonte è ingombrato dalla anomalia tutta italiana del berlusconismo. Da anni non si fa altro che parlare di come organizzare la giustizia per garantire l’impunità di un pezzo di classe dirigente. Ho l’impressione che da questo punto di vista si tratti di una minaccia, piuttosto che di una riforma.


