Il prezzo della crisi greca sarà pagato dalle aree più deboli d’Europa a cominciare dal Mezzogiorno d’Italia. Questo svela quanta ingiustizia, quanta finta neutralità ci sia nelle scelte di politica economica dei governi dell’Europa che tendono a proteggere i soliti interessi e a scaricare sulle masse popolari il prezzo della loro irresponsabilità. Credo che la prima lezione del caso Grecia riguardi la straordinaria fragilità politica dell’Europa. La costruzione di un processo di allargamento e di integrazione che procede senza forti istituzioni politiche, senza una democratizzazione del progetto europeo, senza un pieno coinvolgimento dei popoli determina risultati che sono anche di straordinaria incertezza, di inquietudine per il futuro del vecchio continente. Un continente che appare vecchio, con un’idea pallida di se stesso, delle proprie radici, del proprio orizzonte. In più la crisi greca rivela il fatto, per me assolutamente sconcertante, che l’esplosione della crisi economico finanziaria del mondo non ha prodotto quei risultati auspicabili in termini di mutamento di scenario, di mutamento del paradigma del modello economico dominante. Se la crisi è frutto di una gigantesca bolla speculativa che ha assediato il mondo intero, gli autori di questa bolla si sono imboscati, si sono riciclati, sono soggetti tuttora operanti nell’economia mondiale e il prezzo di quell’allegra finanza viene messo tutto quanto sul conto dei ceti popolari, del mondo del lavoro dipendente, delle future generazioni.


