Domani la Direzione di Rifonazione sancirà la cacciata del direttore di Liberazione.
Finisce un ciclo. Si chiude la storia di un giornale e di un gruppo di giornalisti un po’ impertinenti.
da Liberazione del 11.01.09. Di Piero Sansonetti
Ieri pomeriggio, nella sede del giornale, abbiamo brindato, interrompendo per una mezz’ora il lavoro. Abbiamo bevuto champagne e mangiato pasticcini, scherzando e scambiandoci gli auguri. Perché? Perché siamo gente strana, e infatti - come dice il titolo - in questi anni abbiamo fatto un giornale strano. Quando siamo tristi, a noi viene voglia di scherzare, di godere un po’.
Ieri eravamo tristi. Perché quello che va oggi in edicola è l’ultimo numero di un “ciclo” che è durato molti anni, ed è stato importante nella storia del giornalismo italiano. Liberazione giornale vero, autonomo, libero, impertinente, che dà fastidio a tutti e non si fa intimidire da nessuno. E’ una storia che dura più o meno da 15 anni, e cioè da quando il quotidiano uscì per la prima volta, diretto da Lucio Manisco. E che ha avuto tra i suoi protagonisti un grande, come Sandro Curzi.
E’ la conclusione di un ciclo perché la maggioranza del Prc, partito editore del giornale, ha deciso di mettere la parola fine alla storia dell’autonomia e di nominare un commissario politico che garantisca la sottomissione del giornale alla linea del partito e alle sue esigenze. Davvero è un peccato.
Mi hanno detto - i dirigenti di Rifondazione - che devo andarmene perché non rispetto la linea del partito. Anzi, mi hanno detto che la contrasto apertamente. Mi sono chiesto: ma qual è la linea del partito? Quando Liberazione l’ha contrastata?
Quando si è battuta, più di ogni altro giornale, contro l’insicurezza e gli infortuni, e i morti sul lavoro? Quando ha gridato contro il patriarcato, contro il maschilismo, ha raccontato che in questa nostra società, da millenni, c’è una lotta tra i sessi? Quando si è trovata abbastanza sola nella battaglia senza quartiere al razzismo, per la difesa dei rom, degli stranieri, contro i quali il centrosinistra aveva emanato un decreto inaccettabile, e che ha aperto la strada alla Lega? Quando ha organizzato la grande manifestazione del 20 ottobre del 2007 (insieme al manifesto e a Carta ) che teneva insieme diritti civili e sociali, metalmeccanici e gay, femministe e anticlericali, pensionati e studenti? Oppure Liberazione ha violato la linea del partito quando ha chiesto che tutti i migranti potessero entrare in Italia - stracciando tanti principi del senso comune - quando ha denunciato i Cpt e il blocco navale nel Mediterraneo - che ha prodotto migliaia di morti - o gli accordi con gli aguzzini della Libia? Ha contrastato la linea quando ha denunciato le dittature, anche quelle comuniste, ha preso le distanze dal castrismo, ha condannato la Cina? Quando si è scagliata contro la riforma della scuola? Quando si è schierata con l’indulto? Quando ha fatto una bandiera del garantismo? Quando ha detto che la libertà è un valore che viene prima di tutto e che non può essere in nessun modo limitato, o ridotto, o subordinato? Oppure quando ha cercato di contrastare la riforma delle pensioni, quando ha fatto dei diritti dei lavoratori, e dei loro salari, l’asse centrale della sua idea di economia?
Sono sempre stato convinto che la linea di un partito dovrebbe riguardare queste questioni. Invece, mi pare di avere capito che mi si imputa di violare la linea perché varie volte ho sostenuto che la sinistra non dovrebbe restare rinchiusa dentro le gabbie di piccoli partiti, ma dovrebbe allargarsi, aprirsi, unirsi. E’ questo il reato di lesa maestà. Ne ho dedotto che la linea consiste non in un progetto di società ma semplicemente nella propria dichiarazione di esistenza. La linea che oggi ha Rifondazione, mi pare, può essere riassunta così: “Rifondazione esiste, punto e basta”. E se è così, è vero: Liberazione è stata fuori linea.
L’altro giorno Paolo Ferrero mi ha detto che a lui dispiace che sia andata a finire in questo modo. E che se io dopo il congresso di Chianciano non avessi “alzato il tiro”, cioè reso sempre più polemico il giornale, si sarebbe trovata una soluzione. Sarà. Ma io non ho affatto alzato il tiro. Le provocazioni più ardite, Liberazione le ha lanciate prima del congresso di Chianciano. Quando ha titolato sul famoso “oltre Rifondazione”, quando ha fatto la polemica su Cuba, i titoli choc sul “maschio assassino”, quando ha proposto che Rifondazione uscisse dal governo, eccetera eccetera. Allora il partito reagì, qualche volta protestò, litigò con noi, ma a nessuno venne in mente di cacciarmi o di normalizzare il giornale. Non gli passava neanche per la testa. Ritenevano l’autonomia una cosa seria e inviolabile.
La verità è che il tono non lo ha alzato il giornale, ma il partito. Che ha cambiato repentinamente tutte le sue posizioni. Che è arrivato fino ad esaltare il muro di Berlino, il comunismo di Honecker, di Breznev, di Gomulka. Noi abbiamo cercato solo di resistere, di mantenere vivo il cammino che la sinistra, e il comunismo italiano, avevano percorso in tutti questi anni, e che ora - scusatemi se cito Bertinotti, ma io stimo molto Bertinotti e gli sono grato per tante cose - ora è del tutto irriconoscibile. Io pensavo che Ferrero, che non è uno stalinista come molti suoi compagni di viaggio, avrebbe potuto farsi forza con Liberazione , con le sue battaglie, per evitare di finire prigioniero.
Ma ha preferito un’altra strada. Evidentemente ha fatto un calcolo “tattico”, si è convinto che riuscirà a liberarsi da solo. Glie lo auguro con tutto il cuore e persino - non ci crederete - con simpatia. Ma non ci credo.
Io però oggi ho paura. Rovescio il titolo del bel libro di Niccolò Ammanniti: ho paura. Paura perché non vedo più la sinistra, Mi pare senza anima, senza idee, senza cuore. Non vedo più né la vecchia sinistra riformista, né quella radicale, che avevo incontrato a Genova. Ho paura perché sento che più nessuno trova necessario il “culto della libertà”. Perché vedo una destra che dilaga, che si impossessa dello spirito pubblico, che conquista il popolo, e impone valori reazionari, che io non sopporto. Ho paura perché mi pare che all’orizzonte ci sia il buio, e che se non riusciamo a riprendere il filo dei nostri discorsi libertari e socialisti, vincerà Berlusconi, per dieci anni, per cento, per sempre.
Da domani - salvo improbabilissimi ripensamenti - non sarò io a firmare il giornale. Auguro a Dino Greco di smentire tutte le mie più nere previsioni, di riuscire a mandare a quel paese il partito e l’editore Bonaccorsi e di fare un bellissimo giornale. Se ci riuscirà, tiferò per lui. Io stimo Dino Greco. Penso che sia un sindacalista e un politico di prim’ordine. Però io stimo anche, moltissimo, Umberto Veronesi, grande oncologo, stimo Vittorio Gregotti, architetto straordinario, stimo Rita Montalcini, scienziata eccezionale, ma non chiederei mai a uno di loro tre di dirigere un giornale…
Sono arrivato ai ringraziamenti. Vorrei ringraziare uno ad uno i giornalisti di Liberazione . Sono quasi tutti dei giornalisti bravissimi. Sono tutti delle persone straordinarie. Mi hanno fatto vivere i quattro anni più belli e faticosi della mia vita. A qualcuno di loro devo moltissimo, moltissimo davvero. Però non posso fare nomi, non posso fare classifiche. Non voglio. Faccio solo due nomi: quello di Monia Cappuccini e quello di Davide Varì. Bravissimi. Hanno lavorato con noi due anni, da precari, hanno dato l’anima, e poi li abbiamo licenziati. Non solo li ringrazio, ma porgo loro le mie scuse, vere, profonde, perché non ho fatto abbastanza per impedire il licenziamento. Credo che sia la colpa più grave che mi porto dietro di questa esperienza. Spero che David e Monia mi perdoneranno. Penso che sia intollerabile un giornale che tuona contro il precariato e poi licenzia i precari.
E infine il mio pensiero va a Ivan, Ivan Bonfanti, quell’energumeno adorabile che era Ivan Bonfanti, sempre arrabbiato, sempre critico, e sempre capace di portare una idea nuova, di essere anticonformista, di costringerti a uscire dagli schemi, sempre in grado di scrivere articoli bellissimi. E’ morto a 35 anni, è stato un dolore grandissimo per tutti noi, è stato un dolore atroce per Laura, la nostra amica Laura Eduati, la nostra collega di lavoro, che era la sua compagna. Mi porto via il ricordo di Ivan, forte, luminoso, e la rabbia per non avere avuto con lui il rapporto, molto più profondo, che avrei voluto avere.


