Di Giuliano Santoro
A margine del seminario di Alternative per il socialismo in cui Fausto Bertinotti ha analizzato “le ragioni della sconfitta” della Sinistra Arcobaleno, incontriamo Nichi Vendola, presidente della Regione Puglia e candidato a segretario di Rifondazione comunista al prossimo congresso del partito, che si terrà a Chianciano dal 24 al 27 luglio prossimi. L’analisi di Bertinotti approda alla fatidica domanda: “Come fa la sinistra ad andare al governo?”. È la stessa domanda che poniamo a Vendola. Aggiungendo un dubbio: è proprio da qui che bisogna partire? ”Credo che valga la pena di bonificare il campo della ricostruzione del profilo strategico della sinistra dagli inquinanti riconducibili a un’idea stereotipa del nostro percorso dice Vendola - Il dibattito sul governo e sull’opposizione sembra l’elencazione di un repertorio di feticci. Dobbiamo capovolgere i termini della questione, mettendo i piedi per terra, ragionando su questa fase della storia del mondo, sui processi di scomposizione e ricomposizione della società. Altrimenti al mito del governo, capolinea drammatico dei pensieri rivoluzionari e delle più tiepide ambizioni riformiste, fa da contraltare l’iconografia mitologica dell’opposizione, un paravento consolatorio. Non c’è niente di vivo in questa discussione, solo corpi inerti, diverse scuole di feticismo che si contrappongono. Sia quelli della realpolitik che quelli dell’esodo dalla politica sono prigionieri più dei propri fantasmi ideologici”.
Proviamo a scavare, dunque. Un anno fa, avvenne un episodio emblematico dello scenario elettorale di qualche mese dopo: era il 9 giugno, la manifestazione contro Bush a Roma era numerosa, la piazza della sinistra al governo vuota.
La divisione interna al campo largo delle forze della sinistra di alternativa rischia di attrarre l’attenzione sul fenomeno sbagliato. Dovremmo invece pensare alle bandiere della pace che qualche tempo fa vestivano tutta l’Italia. Rappresentavano il senso comune dell’articolo 11 della Costituzione. Poco tempo dopo, il pacifismo è tornato ad essere un recinto minoritario, indipendentemente dalla piazza degli “antagonisti” o degli “istituzionali”. Le due piazze erano unite dalla stessa sconfitta.
Vuoi dire che la sconfitta della sinistra è anche sconfitta dei movimenti sociali?
Una domanda di cambiamento ha fatto il giro del mondo si è diffusa, avanguardia per avanguardia, minoranza per minoranza, fino a contaminare corpi sociali, soggettività e culture. Quella domanda
giunge in Europa, in Italia, a Genova, si prospetta come la più prorompente domanda di nuova egemonia, rompe qualunque recinto minoritario. Tanto da terrorizzare il potere costituito, che reprime duramente. Perché non riusciamo a tradurre politicamente quella forza? Non ho la risposta ma è una domanda utile. Genova appare all’indomani della vittoria elettorale di Berlusconi, ma in un contesto contraddittorio: quella era una vittoria elettorale ma non una vittoria culturale. In quella contraddittorietà c’era il terreno da coltivare. Oggi si compie la transizione: l’Italia è organicamente, socialmente, culturalmente di destra. E quelle domande sono ridotte al silenzio.
All’indomani delle elezioni politiche del 2006 Bertinotti disse a Carta che Genova rappresentava l’inizio del cammino che aveva portato la sinistra al governo e che da quel momento cominciava una tappa della “rivoluzione dall’alto”: la lotta alla precarietà e l’opposizione alla guerra erano l’unica forma di alternativa alle destre. Erano le tesi del congresso di Venezia. Ma quel modello non ha funzionato.
Non ha funzionato, è vero. Gran parte del centrosinistra non aveva gli occhi per vedere quanto fosse radicale lo sconvolgimento della morfologia sociale del paese e dell’Occidente. Faccio un esempio. Il moderatismo è stata l’ideologia delle classi medie. È stato presentato come propensione naturale dei ceti medi. Ma il Pd è rimasto un po’ spiazzato perché inseguiva un moderatismo che non aveva più nessun fondamento sociale. Non si accorgeva che i ceti medi
erano saltati. Berlusconi vince radunando tutti i radicalismi di destra, da quelli ideologici a quelli territoriali. Il ceto medio non solo perde reddito e quindi sicurezza, e si incattivisce, ma perde il suo capitale sociale fondamentale, che è la raffigurazione del futuro. Il passaggio dal fascismo alla democrazia in Italia fu segnato dalla valorizzazione del ceto medio: un pezzo di società diventava il luogo dell’allargamento della base produttiva della democrazia italiana. Contemporaneamente oggi cambia il lavoro subordinato, cambia l’ingrediente della democrazia, del suo carattere sociale. Cambia il soggetto che dà identità alla sinistra. Il lavoro dà identità alla sinistra nella misura in cui evolve dalla dimensione biologica a quella sociale, dalla solitudine bracciantile e operaia del primo Novecento alla solidarietà di comunità che diventano classe sociale. Ci troviamo di fronte a una sinistra senza classe. Anzi: senza comunità. Anzi: senza lavoro. Una sinistra senza lavoro è elettoralmente disoccupata.
Eppure la sinistra scompare di fronte alla crisi del capitalismo: economica, alimentare, energetica. Come te lo spieghi?
È l’estremizzazione della capacità del capitalismo di trasformare ogni propria crisi in meccanismo di dominio o egemonia. In questo caso, il contesto generale è la più radicale crisi latente del capitalismo, che è costretto ad inventare la guerra infinita. La guerra non è più valvola di sfogo delle periodiche crisi, ma è strategia di governo della globalizzazione. Il capitalismo gioca la sfida definitiva, quella in cui cerca lo smontaggio finale del suo antagonista. Ci troviamo in un’epoca di formidabile destrutturazione di tutti corpi sociali, di tutte le identità collettive: invece dell’”io” dell’egoismo maturo marxiano prorompe un “io” debole, ricattabile e spaventato, bisognoso di appiccare roghi agli accampamenti di immaginari “nemici”. Il capitalismo oggi raggiunge un vertice della sua vittoria. Riesce a rappresentare se stesso come puro spirito e a scaricare tutta la propria crisi sul campo avversario.
Questa egemonia è costellata di contraddizioni. È un’egemonia lunga?
Viene dagli anni settanta, che furono il punto più alto dell’egemonia della sinistra ma anche il momento in cui cominciò la controffensiva della destra. Il 1968 è l’anno fondamentale. Nella critica dei saperi c’è la consapevolezza che il potere non è soltanto un insieme di fattori materiali. È caratterizzato soprattutto dalle culture che occultano la ferocia di questi rapporti materiali. Il potere è il capitale, ma ciò che consente al capitale di riprodursi con l’ambizione di guadagnare l’eternità è l’Ideologia tedesca, è la produzione di culture e immaginario. La fabbrica cruciale è quella che riguarda la riproduzione sociale: i saperi, le forme di coscienza, le gerarchie sociali che vengono interiorizzate dagli individui come dato di natura. Dalla scoperta delle forme più sofisticate di alienazione e riproduzione del potere nella microfisica del manicomio alla gestione del corpo delle donne, dai tanti statuti disciplinari che regolavano le domande di nuova
soggettività e autonomia degli individui, penso alla progettazione urbana, che da allora viene detronizzata dalla cattedra del tecnicismo per essere insediata nelle domande degli abitanti. Non c’è ambito del sapere, non c’è paradigma cognitivo che non conosca il vento di una critica che propone la politicizzazione della vita e dei saperi. Non è un caso che alla fine il trionfo della destra venga preceduto da un urlo di battaglia: “A morte il Sessantotto”. Serviva perché il lavoro tornasse ad essere grezzo dato biologico, perché il circuito della mercificazione perdesse le coordinate di consapevolezza che possono identificarlo come un processo di disumanizzazione, perché le città tornassero a crescere come luoghi dell’alleanza tra rendita fondiaria e speculazione edilizia che ha prodotto la generalizzazione della forma di periferia. Bisognava distruggere il Sessantotto perché la secolarizzazione non fosse un congedo dall’ancien régime culturale ed etico per guadagnare il mondo nuovo dei lumi e della soggettività individuale. Ci si è congedati dal “noi” gettando il bambino con l’acqua sporca: le prigioni comunitarie sono state abbandonate insieme al senso della coralità e al sentimento fondativo dell’essere comunità. Quello che questa secolarizzazione ha prodotto è l’epifania di una soggettività infantile e nevrotica, è un “io” distruttivo, predatorio, che declina la sua ansia di onnipotenza in termini di stupro come grammatica generale della propria idea del rapporto tra i sessi, tra le persone. Un “io” nichilista.
La sinistra è sconfitta. Eppure, schematizzando un po’, sembrate affermare che il pallino torni alla “politica”, di fronte a una società devastata dal mercato.
La storia del Novecento ci insegna che si possono scegliere due strade, ugualmente sbagliate: quella dell’esodo dalla politica o quella dell’esodo dalla società. Sono due facce della stessa sconfitta, della interiorizzazione della fatalità della sconfitta, della sua ineluttabilità. C’è una dimensione verticale, quella del politico, e ce n’è una orizzontale, quella del sociale. Da una parte ci sono quelli che sostengono l’emancipazione dalla politica e propongono di andare nei territori, ricostruire lì gli accampamenti, una pratica orizzontale alternativa. Alcuni addirittura sostengono la possibilità che una pratica forte compensi un pensiero debole: andiamocene in periferia, fottiamocene del centro. Ciò presuppone l’intangibilità del livello verticale. L’esodo propone un alternativismo sovrastrutturale, culturale, folkloristico, che non incide mai sulla grammatica dei poteri. Come se non fosse la periferia a inventare il centro. Come se non fosse il centro a inventare la periferia. Come se non ci fosse una consustanzialità nella genesi, una simmetria tra centro e periferia.
Dall’altro lato, dal compromesso storico alle Br, s’è affermata l’autonomia del politico, di un leninismo contratto, nervoso, spiccio. Come se ci potesse essere una politica che prescinda dalla sua intelligenza dei rapporti di forza nella società. Una teoria e una pratica della trasformazione passano per una critica radicale di questa doppia autonomia: l’autonomia del politico e l’autonomia del sociale. Passano per una rete di connessioni tra politica e società che è indispensabile per non doverci sottoporre a questo referendum tra governo e opposizione.
Vuoi dire che Rifondazione comunista ha oscillato tra queste due autonomie?
Parlo della sinistra in generale. In Rifondazione c’è ancora il feticismo dell’opposizione, come nell’area larga del riformismo c’è stato il feticismo del governo e la sua livida apoteosi nella teoria della governabilità.
Ma proprio l’ingresso nel governo dell’Unione era un tentativo di uscire da questo binomio. Cosa non ha funzionato?
Non abbiamo capito che quel governo non nasceva da una vittoria elettorale. Le elezioni del 2006 non hanno segnato una svolta a sinistra nella vita del paese. Dopo cinque anni di berlusconismo, la geografia del voto del 2006 ci consegnava un’Italia spaccata in due come una mela. Era una situazione emblematica della debolezza della prospettiva. Il governo nacque dalla mezza vittoria, da un fraintendimento su quali fossero le domande del paese. Non è più neanche l’Italia del 1996, che poteva persino appassionarsi alla parabola dell’entrata nell’euro. Anche dal punto di vista del
riformismo moderato non c’è una narrazione che la solleciti, che la organizzi. Il risanamento dei conti pubblici è sempre stato funzionale alla politica dei due tempi, prima risanamento poi redistribuzione. Perlomeno c’era un “secondo tempo” all’orizzonte. In questo caso siamo stati gregari di un’idea in cui valeva soltanto il primo tempo: il risanamento economico. Ma era esplosa una gigantesca questione sociale. La destra, invece, aveva cominciato a rispondere, distillando da quello sconvolgimento la paura. Dalla paura viene un racconto, un’identità, una spiegazione. La sinistra avrebbe dovuto opporle la critica della precarietà, ha inseguito la destra sul terreno della sicurezza. Siamo apparsi anche noi privi di un alfabeto, mentre la destra parlava contemporaneamente l’unica lingua nazionale e tutti i dialetti.
Non ti pare che il dibattito congressuale di Rifondazione appaia caricaturale? Da una parte i nostalgici del Prc, dall’altra i sostenitori dell’Arcobaleno?
Non abbiamo fatto molto per impedire che fossimo trattati male. Ci siamo trattati male tra di noi. C’è un vizio di origine: la sovrapposizione alla sconfitta elettorale di una resa dei conti aspra ed immotivata, eppure sintomatica di quanto la crisi della società italiana sia anche nel partito. I miei antagonisti usano a piene mani gli stessi ingredienti con cui la destra ha costruito la propria egemonia: la paura. La paura dello scioglimento, della perdita dell’identità. Quando il mondo si sposta a destra, anche le sinistre si spostano a destra. Aggrapparsi alla terra sicura delle nicchie identitarie è una risposta di destra. Nella storia della sinistra non mancano i paradigmi di una modalità più alta per aggredire i motivi della sconfitta. Il pensiero di Antonio Gramsci ruota attorno al nodo del “perché siamo stati sconfitti”. La sua ricerca è talmente larga e profonda che arriva, da una cella a Turi, a comprendere come sia mutata la forma di produzione negli Stati uniti e come questa forma di produzione incidesse sull’antropologia, introducendo la forma umana del gorilla ammaestrato della fabbrica fordista. L’analisi della sconfitta di Gramsci fu così larga da includere, con le cautele del caso, la descrizione della deriva burocratica e totalitaria dello stalinismo. Bisognerebbe studiare per sette anni le ragioni della sconfitta. Il mio partito se la voleva cavare in sette minuti.
Ti aspettavi una sconfitta così dura?
È dallo scorso anno che sono angosciato dalla bella metafora che ha usato Giuseppe De Rita per descrivere la società italiana: la mucillagine. Dal mio osservatorio vedo la politica ridotta a negoziato di interessi corporativi, micro-lobbistici e micro-localistici. Vedo arretrare l’Italia dei grandi aggregati ed emergere l’Italia del frammento, dell’egoismo infantile e nevrotico. Vedo la terra di sinistra franare. Per far vivere la sinistra è necessario un riassetto idrogeologico: il lavoro, la città, le forme di comunità. Lì dobbiamo tornare, senza pensare che ci siano formule magiche, scorciatoie identitarie o innamoramenti feticistici. Il diluvio c’è stato, ed è stato il primo caso in cui prima è apparso l’arcobaleno e poi c’è stato il diluvio. Un capovolgimento. Ma non dobbiamo cercare l’Arca di Noè, dobbiamo capire dove gira il mondo.


