Mi sono sentito perfettamente rappresentato dalla Commissaria Ue Reding e dal presidente della stessa Commissione Barroso, nella volontà di evitare che l’Europa possa tornare un luogo dove si attuano espulsioni e respingimenti ingiustificati, e dove la questione dei Rom viene trattata rozzamente. Penso alla solitudine dei migranti, che vivono in una società in cui ormai siamo assuefatti a una pratica della comunicazione che li riduce soltanto a un problema di ordine pubblico, che li presenta come dei fantasmi, il fantasma del pianerottolo, che usa a piene mani ogni tipo di stereotipo, dentro quell’antica attitudine che torna nella storia della società europea e delle società mondiali, in tutte le epoche di transizione: il processo di criminalizzazione della povertà.
Siamo avvezzi alla costruzione di un’immagine deviante di tutto ciò che è povertà: la povertà minaccia questo mondo, la povertà è una colpa, la povertà è un reato. La povertà più povera, quella di non avere i documenti e quella per cui si scappa da paesi in guerra, non provoca un tentativo di interlocuzione: un essere umano senza documenti, senza carte, scatena un impulso securitario, gli metteremo le manette invece che costruire reti di accoglienza e di solidarietà. Che volete che sia il falso in bilancio o le gigantesche truffe bancarie, rispetto al reato di clandestinità.
L’Europa si smarrisce, torna la notte buia, tornano i rigurgiti che sembravano passati per sempre e che costarono la vita a 250 mila rom dell’Europa Centrale. Un buon segnale, come le dichiarazioni della Reding e di Barroso, lasciano ben sperare.


