nichivendola - 2013

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Post: L’intervento di Nichi

Autore: redazione

L’intervento integrale di Nichi all’apertura della Fabbrica di Nichi-Bari, 15 novembre 2009.
Oggi la “Fabbrica di Nichi” è la piazza produttiva dei nostri desideri, il deposito delle nostre sconfitte, il cantiere dei nostri progetti. Questa fabbrica non è una proprietà privata di Nichi. Nichi è solo il testimone credibile di una ambizione collettiva: e cioè poter credere ancora alla buona politica, quella che si nutre di segni che danno sollievo al dolore, che danno diritto ai diritti, che indicano l’etica della bellezza come responsabilità sociale e come discorso pubblico: la bellezza infinita della biodiversità, la bellezza della storia coagulata in architettura urbana e in arte e in raffinatezza tecnologica, la bellezza dei suoni che si fanno lingue e dialetti che nominano e mescolano i popoli, la bellezza dei cercatori di verità e dei cercatori di pace, la bellezza dell’utopia che non disdegna il realismo.
Tocca a me raccontarvi la trama di una storia lunga cinque anni, cinque anni a cercare di capire per cercare di cambiare, cinque anni carcerati nei propri doveri pubblici, un viaggio dentro una complessa macchina di potere, sforzandosi ogni giorno di decifrare quei suoi codici criptati, provando a stanare i fantasmi delle sue vergogne e dei suoi segreti inconfessabili, cercando, io, noi, insieme, di non affondare mai nel pantano del cinismo e dell’acquiescenza. Scoprirsi, da subito, così vulnerabili alle fionde dei tanti sotto-poteri che vogliono comandare sulla testa di chiunque governi. Destra, sinistra, centro: rischiano di diventare figurine per bambini, mentre nella cabina di regia operano le lobbies, le corporazioni, le caste. Attraversare una stagione così triste della politica ridotta a tecnica pubblicitaria e fiction televisiva, abitare una società spogliata di socialità e ridotta a mercato globale, vedere giorno dopo giorno la nozione di democrazia perdersi nel frullatore dell’auditel e del televoto, camminare in questa attualità senza storia: e mentre fai questo, mentre guardi con dolore quella che a te pare una caduta della speranza, continui tuttavia a cercare un varco, una luce, un percorso possibile, sapendo di avere nelle mani una possibilità che è preziosa perché è rara. Sono stato lì dentro, in una scatola piena di scatole, avendo la responsabilità di poter indicare una direzione di marcia. I miei passi, nei labirinti del potere, talvolta erano inesperti e incerti, talvolta rotolavano come in un azzardo: bisogna avere sempre passi equilibrati - questo ho imparato - per non perdersi per strada, per camminare col fiato giusto, per raggiungere la meta. La differenza del governare è che non puoi più solo domandare, devi cominciare a rispondere: tu in prima persona. Guardando in faccia il volto della tua gente, del tuo popolo, della tua comunità.
E trovati subito cinque morti nel fango, in uno spicchio di campagna abusato dal cemento, e scopri che sei il responsabile di una cosa che sostanzialmente non esiste: la protezione civile. La sciatteria del potere ha potuto tanto, disimpegnarsi dinanzi alla sfida decisiva della prevenzione e dell’emergenza legati a catastrofici eventi meteorologici che si palesano quali conseguenza della mutazione climatica e della desertificazione nel mediterraneo. Eccola la Puglia del 2005: un sistema di protezione civile inesistente, un volontariato che supplisce alle latitanze dei pubblici poteri ma che non riceve formazione né coordinamento. Il fuoco può divorare il nostro patrimonio boschivo, si rischia di morire contemporaneamente di sete e affogati, il dissesto idrogeologico e l’erosione della costa mettono in evidenza le nostre fragilità fisiche: ma tutto questo non ha inciso sulla cultura di chi governava i processi materiali, la passione intellettuale e l’onestà di una persona che io ricordo con gratitudine e che fu Presidente di centro destra, il Prof. Di Staso, furono un raggio di sole nell’acqua gelida. Eccola subito, davanti ai tuoi occhi, la prima scommessa concreta: è lì nella cattedrale di un bellissimo paese murgiano, dinanzi a cinque bare, dinanzi a cento sconfitte cumulate nel tempo. Mica te la puoi cavare dicendo che era colpa di quelli che c’erano prima: devi prenderti la tua porzione di responsabilità, anche se governi solo da un giorno, non devi dedicare il tuo tempo alla polemica politica ma alla soluzione dei problemi. Non dico cosa è costato cercare di inventare un nostro sistema di protezione civile, scalare montagne di difficoltà burocratiche, ma nel giro di tre anni costruire una macchina prodigiosa: dico prodigiosa perché pubblica e perché si partiva da zero, e oggi vinciamo il primo premio di Legambiente per la migliore organizzazione dello spegnimento degli incendi boschivi. E lo dico pensando a chi è stato per me un custode, un compagno, un fratello che ci ha lasciato prematuramente, Danny Gadaleta. Non avevamo nulla, oggi abbiamo una struttura attrezzata, con un coordinamento interforze che funziona con estrema competenza, con sale operative specializzate nelle varie tipologie di calamità, con intensi programmi formativi mirati anche al volontariato. Oggi sviluppiamo le nostre competenze sia sul ciclo della prevenzione che su quello dell’emergenza e del soccorso. Occorrono specialismi sempre più sofisticati, ma soprattutto modelli organizzativi fondati sulla responsabilità sociale. Ogni singolo cittadino è sentinella e custode del nostro comune territorio. La protezione civile è l’azione di ognuno di noi e di ogni istituzione: è il banco di prova fondamentale per misurare le virtù o i vizi della politica. Noi abbiamo voluto ostinatamente un salto operativo che fa di noi pugliesi oggi un modello nei sistemi di governo delle emergenze ambientali. Forse questa è davvero una Puglia migliore, se è anche vero che gli operai della forestazione che nel 2005 lavoravano per un totale di 17 giornate all’anno, nel 2006 passarono a 121 giornate, nel 2007 a 151, qualche giorno fa abbiamo deliberato che lavorino 179 giornate all’anno: scelta che rappresenta l’inizio sostanziale del percorso di stabilizzazione di una delle tante platee di lavoratori intrappolati nelle mille tagliole dei contratti precari. Io non voglio che il lavoro, soprattutto quello più usurante, obblighi al silenzio e alla soggezione. Voglio che la gente sia libera dalla paura e anche libera di votare, senza che nessuno pensi di usare la povertà e la precarietà quali strumenti di ricatto. Tra le grandi calamità artificiali che avvelenano lo spirito pubblico vi è dunque il clientelismo, il nepotismo, il familismo amorale: ci vuole anche una protezione civile contro il ciclo lungo della democrazia alluvionata dai soldi della corruzione e dalle leggi universali del mercatismo e del liberismo. Occorre non dimenticare che questa ideologia, che fa del mondo e della vita un unico sterminato mercato, divenne il nostro “pensiero unico”: lo chiamammo “globalizzazione”. La merce era il nostro dio, la precarietà nel fluttuante mercato il nostro destino esistenziale. Questa è la scena in cui si colloca questa mia esperienza nel laboratorio di governo: provare subito a entrare nelle cose, a spezzarne la staticità, manipolare l’argilla di una grande regione del Mediterraneo, è stato per me un lavoro durissimo, una prova la cui asprezza è difficile raccontare. Devi studiare, progettare, investigare, condividere, intuire, controllare, ma soprattutto devi scegliere, ogni giorno, ogni ora, assediato dal cumulo delle emergenze. Si vive dentro un paradosso diuturno: mai impiccarsi all’albero delle emergenze, nel senso che è indispensabile pianificare se si vuole produrre un cambiamento durevole; con la carità ristori un povero ma non lo ripari dalla povertà. Ma allo stesso tempo non devi mai dimenticare che dietro o dentro un’emergenza può esserci una o più vite, una domanda impellente che non può attendere i tempi burocratici della tua pianificazione: e allora sai che devi comunque correre, tu servizio pubblico, tu Italia pulita e civile della nostra Costituzione repubblicana, a soccorrere chi è inciampato, a dare una mano a chi è nel disagio o nel pericolo o nella marginalità o nel terribile esilio della clandestinità: dargli una mano, non una manetta. È un punto centrale dell’interlocuzione che io propongo al mondo cattolico, alle forze moderate, a Pier Ferdinando Casini. Offrire accoglienza e diritti, piuttosto che repressione e stigma sociale. Questo è lo spartiacque tra noi e una destra che si presenta con i vessilli della cattiveria e che oggi viola le leggi fondamentali che sono inscritte nella Dichiarazione dei Diritti dell’uomo.
Don Tonino ci esortava a fare delle “pietre di scarto” le nostre “pietre angolari”. Partire dai poveri, che sono testimoni della violenza ma anche annunciatori di speranza. Ecco cinque anni di impegno generoso e senza tregua della nostra politica della solidarietà sociale, con la nostra infaticabile Elena Gentile, una di quelle donne del mio governo che hanno fatto per davvero e fino in fondo la differenza. Perché la differenza di genere è uno dei rari tentativi di usare la politica come strumento di umanizzazione piuttosto che come macchina da guerra. Noi, il genere maschile, la guerra la coltiviamo fin dall’infanzia, ci educhiamo al competere e al dominare, anche quando esibiamo in buona fede le nostre credenziali progressiste coviamo sempre un istinto belluino e bellicista. Perché la guerra è scoppiata nel cervello di una sorta di nuova antropologia, quella di un “homo hoeconomicus” che era anche l’economicismo del maschile. E questa guerra segna la definitiva rovina della politica: perché il dolore è fiction, la speranza è uno spot, il conflitto è un crimine, la diversità una minaccia. La libertà delle donne libera le donne e libera il mondo. La libertà degli uomini libera solo gli uomini, e spesso opprime le donne. Eccola la guerra: una società polverizzata e ridotta alla solitudine mercantile di uomini e donne che non hanno più valore ma che hanno soltanto un prezzo. La guerra è quel frammento di territorio o di identità che si barrica nel proprio leghismo e si predispone a diffidare di chi è fuori dal proprio recinto identitario. La guerra è separazione, è uccidere la curiosità e la conoscenza e lasciarsi amministrare dalla superstizione e dalla paura. Il berlusconismo, depurato da ogni scoria di gossip, è nella sfera pubblica una esibizione indecente del sentimento di onnipotenza del maschile: fino ad una sorta di indecente erezione del potere. Siamo prigionieri di un teatrino stucchevole e violento: perché fotografa la crisi di quel lessico civile che imponeva il decoro nel contegno e nella reputazione, che suggeriva il galateo del rispetto (fosse pure per ipocrisia), che non consentiva un regresso così straziante dello spirito pubblico come quello di cui siamo. Ho letto le descrizioni che ne fa oggi, con la scrittura veemente dei convertiti, l’on. Guzzanti, che ci ha svelato l’alfabeto di questa fusione calda tra politica e lupanare (che parola mistica, “lupanare”; noi oggi mastichiamo acronimi e anglicismi, noi concupiamo le escort, così la prostituzione si fa “postal market”, e alla fine sembra che ogni brandello di noi abbia una etichetta con il prezzo). Tutto questo per dire che la dignità delle donne e di ogni persona è stata la cifra innovativa della nostra produzione legislativa, spesso all’avanguardia anche secondo il giudizio ufficiale delle Istituzioni Europee. Abbiamo riordinato concettualmente la rete dei servizi sociali, implementato in forme consistenti la protezione delle fasce più deboli, immaginato percorsi più mirati all’inserimento e all’auto-valorizzazione, abbiamo scritto in norma di legge che ogni persona ha diritto ad essere considerata una risorsa da gratificare piuttosto che un problema da cancellare: ce lo ha insegnato don Luigi Ciotti, e tutto un mondo di “mediatori sociali”, quelli che nelle discariche della miseria cercano di capire e di accogliere piuttosto che di giudicare e respingere. Noi siamo spettatori dinanzi al processo sommario di criminalizzazione dei poveri, la xenofobia ha fatto il suo ingresso ordinario nell’immaginario collettivo e nella comunicazione pubblica, abbiamo lentamente perduto memoria di noi (di noi italiani, dei nostri dolori storici, delle nostre migrazioni, delle nostre umiliazioni socialmente determinate). Qui, su questo sentiero che può mutarsi in vicolo cieco o in precipizio, si colloca il finanziamento per 252 milioni di euro in un triennio e il monitoraggio dei primi 45 piani di zona dei Comuni pugliesi. Abbiamo inventato, come strumento di sostegno ai percorsi di cura e di presa in carico a domicilio di persone non autosufficienti, il cosiddetto “assegno di cura”. Nel 2007 abbiamo investito 15 milioni di euro, quest’anno investiamo 30 milioni di euro che copriranno le domande di circa 4.000 nuclei familiari. All’inizio del corrente anno abbiamo, con una spesa supplementare di 2 milioni di euro, introdotto l’assegno di cura anche per i malati di SLA. Mentre dappertutto si diceva che era necessario tagliare noi abbiamo pensato che i diritti delle persone non possono essere tagliati.
Abbiamo imparato ad accendere un riflettore sugli spigoli più bui della nostra realtà, per esempio nelle campagne di Capitanata dove la riduzione in schiavitù dei lavoratori dell’est o dei lavoratori africani era una narrazione che rompeva con i confini della Puglia, dell’Italia, era uno scandalo internazionale. Noi non abbiamo messo la testa sotto la sabbia, abbiamo scritto una legge che ha prodotto emersione dal lavoro nero, di 44000 lavoratori tra Bari e Foggia, per cui abbiamo avuto il primo premio delle buone pratiche di tutta Europa (ndr alla legge 28 è stato attribuito il Regional Champion Employment Awards 2008, l’Oscar europeo delle leggi).
Abbiamo costruito tre alberghi diffusi, per validare il modello dell’accoglienza dei lavoratori migranti; ma avevamo un’emergenza e abbiamo firmato un accordo con Medici senza Frontiere e nelle campagne di Capitanata ai quei lavoratori ammalati di malattie gastrointestinali, perché non vivevano in condizioni igieniche minime né avevano accesso all’acqua potabile, abbiamo portato acqua potabile, bagni, ambulatori da campo. Abbiamo portato il sollievo dei diritti fondamentali. Abbiamo aperto una battaglia con i nostri Comuni, abbiamo costretto noi stessi a misurarci con questa necessaria voglia accoglienza.
Di recente Bari ha ospitato una singolare protesta di un gruppo di somali che ha occupato gli stabili del Ferrhotel. Abbiamo ottenuto da Ferrovie dello Stato la possibilità di usarli in comodo dato d’uso, abbiamo detto al Comune di Bari che siamo disponibili, come Regione, a finanziare subito una minima ristrutturazione di questi spazi perché ognuno di noi, quando anche vessato dalle compatibilità deve provare a romperle perché la povertà non si rassegna ai nostri discorsi sulla compatibilità. Perché al fondo c’è un bene di cui stiamo parlando, la vita. Un bene indisponibile.
Io, per la mia cultura, sarei portato a parlare di sacralità della vita, di sacralità di ogni persona umana. Non so qual è la parola più giusta ma mi viene da guardare, nella sequenza allucinante del calvario, dell’assassinio di Stefano Cucchi, il segno di una società empia e blasfema.
La diversa abilità è stata al centro di una programmazione che dice non come costruisco un circuito di pubblica elemosina ma come metto a valore la privata dignità di ciascuno:  siamo intervenuti a sostegno delle diverse abilità con Diritti in rete, con il progetto Sax per la connettività sociale: 6.000 disabili hanno ricevuto pc e ausili informatici con una spesa di 14 milioni di euro. 200 famiglie hanno avuto accesso ai contributi per adattare le autovetture alla mobilità dei disabili. Sono stati portati avanti 80 progetti di formazione e comunicazione per associazioni di famiglie di disabili. Per le infrastrutture sociali abbiamo prenotato dalla programmazione comunitaria, per la prima volta, risorse per 570 milioni di euro e dal Par Fas, ancora appeso al volatile umore di ministri sull’orlo di una crisi di nervi, abbiamo previsto una dotazione di 300 milioni di euro per l’infrastrutturazione sociale del nostro territorio. A oggi abbiamo impegnato 57 meuro per il finanziamento degli asili nido dei Comuni e delle aziende pubbliche; 71 meuro per infrastrutture socio-assistenziali sul territorio; 31 meuro in accordi di programma con i Comuni per piani di investimento sociale; 119 meuro per i 6 piani di investimento delle Asl per le nuove sedi di distretto, per nuovi poliambulatori e consultori, per nuovi Cup, per dipartimenti di prevenzione. Abbiamo dato l’assegno di prima dote per le giovani coppie con bambini 0-36 mesi per favorire la frequenza di servizi per la prima infanzia (5 meuro). Lo dico a coloro che si vendono la retorica dell’accoglienza della vita, pensando che basti invocare la cicogna e non invece aiutare le famiglie, le giovani coppie, le famiglie più povere, ad accogliere concretamente la vita. Siamo impegnati nella promozione di politiche per la natalità e dell’accoglienza.
Ci siamo dotati di linee guida per l’affido familiare e abbiamo finanziato 15 progetti per circa 300 mila euro.
Stiamo riqualificando il patrimonio delle Ipab. Stiamo per varare la nuova legge sull’immigrazione (ndr approvata il 24.11.09).
La sanità. La sanità evoca direttamente il tema del potere perché la sanità è il luogo che drena il grosso delle risorse pubbliche; l’ho descritta come una sorte di casino, perché è un ciclo produttivo complesso come quello del casinò che si rivolge a una variegata clientela. Da chi pensa di giocare allo slalom delle slot machine pochi spiccioli a chi pensa di guadagnare i tavoli della roulette, del black jack, dei giochi più costosi e più impegnativi. Così è la sanità. E noi dobbiamo essere in grado di intendere che il problema principale era portare a emersione ciò che era sommerso, un sistema frammentato, parcellizzato, con centomila rivoli di spesa sanitaria, assolutamente sfuggenti a qualunque controllo. E io dico, perché questo è un punto centrale del nostro futuro e del nostro presente, la questione morale è un nodo che non possiamo rimuovere. Non solo non deve crearci imbarazzo ma deve essere lo stimolo, il pungolo fondamentale della nostra attività politica. Che cos’è la questione morale? E’ la critica del potere, la critica dei poteri, la critica della separatezza, la critica della oscurità dei poteri. Bisogna ricongiungere i cittadini ai luoghi in cui il potere si esercita sulle proprie vite, bisogna illuminare gli angoli bui e poi bisogna sapere che lì precipita la storia dell’antica sudditanza della burocrazia, della pubblica amministrazione al potere politico. Qui c’è da fare una grande rivoluzione perché la legge che regola il sistema sanitario è un ibrido mostruoso, il peggio dell’aziendalismo e il peggio della vecchia politica. È un mix che non produce né quello scatto di capacità di intrapresa, né quel rispetto delle regole che il pubblico dovrebbe garantire.
Lo dico con grande rispetto agli amici dell’IdV. Sono molto d’accordo con le loro sollecitazioni. 
La moralizzazione della vita pubblica è un banco decisivo della democrazia, la corruzione è furto di diritti e di beni comuni, la legalità deve essere una bussola. Il punto riguarda la capacità concreta di traduzione nella macchina amministrativa della domanda di legalità. È un processo complesso, pensate che la Regione Puglia ha dovuto aspettare questo Presidente che vi sta parlando per bandire i primi concorsi pubblici.
Con il contributo prezioso di Guglielmo Minervini che ringrazio, abbiamo bandito i primi concorsi, all’insegna di trasparenza che non può che vivere nei circuiti di partecipazione, controllo, nell’esercizio di cittadinanza attiva.
Come nel piano della salute che abbiamo provato a costruire con un percorso di condivisione, come una scrittura collettiva. La patologia del nostro sistema sanitario non parla tanto della cattiva condizione degli ospedali quanto della desertificazione del territorio che è povero di servizi socio assistenziali. Gli ospedali diventano delle discariche quando la tua domanda è una domanda di salute nel senso che è una domanda di qualità della vita perché se sei una persona diversamente abile, perché se sei un bambino a rischio, perché se sei un vecchio solo, non hai bisogno di un ricovero e di un farmaco, hai bisogno che la società, risparmiando, sia in grado di proteggerti, di accompagnarti, di venire dentro casa tua con l’assistenza domiciliare. Hai bisogno di fare un’altra operazione.
Pensate a quanto cosa l’inappropriatezza dei ricoveri: un giorno di ricovero costa un mese di paga per un lavoratore precario, un giorno di lavoro inappropriato è davvero una sottrazione insopportabile di risorse che andrebbero socialmente orientate. Il tema della salute è fuori dagli ospedali, negli ospedali si curano le malattie, la salute si produce prima a casa con le famiglie che devono educarsi ed educare a una corretta educazione alimentare. La Puglia ha un problema che è l’obesità dei bambini e dei minori. Noi su questo dobbiamo fare una battaglia che è anche economica, che è anche difesa della qualità dei nostri prodotti tipici che tra le altre cose non fanno mai male alla salute.
La salute si produce nel territorio, curando la qualità della vita, la bonifica degli ambienti inquinati, la lotta contro i veleni industriali, la prevenzione degli abusi ai minori, la cultura della contraccezione, i servizi che aiutino concretamente l’accoglienza della vita e incoraggino la natalità.
E dunque la sanità. Ecco quello che abbiamo trovato: una rete con un diffuso quadro di degrado strutturale e infrastrutturale, un riordino ospedaliero privo di qualunque cognizione dell’andamento epidemiologico della nostra regione e spoglio di qualsivoglia vero confronto democratico; un riordino modellato sul modello di un rigore apparente, fatto solo di tagli e razionalizzazioni ragionieristiche. Per risparmiare non devi tagliare, per risparmiare devi investire! Se ci sono 70mila persone che si ricoverano fuori Regione e con quel ricovero rappresentano per il nostro SSR un costo esorbitante, per poter risparmiare devi offrire qui in Puglia quei servizi diagnostici e teraupetici di alta specializzazione che consentono ai pugliesi di non prendere più il treno e di curarsi qua.
Abbiamo concretamente avviato il cambiamento, a partire dalle messe a norma degli spazi ospedalieri, dalle cucine alle sale operatorie, rinnovando e implementando in proporzioni mai conosciute da questa regione il parco delle grandi macchine, trasformando in cantieri permanenti sia il Policlinico di Bari che gli Ospedali Riuniti di Foggia, portando finalmente agli ultimi ritocchi il nuovo Ospedale della Murgia e il nuovo Oncologico nell’ospedale Cotugno di Bari. Abbiamo inaugurato un numero impressionante di nuovi reparti, in alcuni casi reparti di assoluta eccellenza, dalla nuova chirurgia toracica del San Paolo, al Pronto soccorso del Perrino di Brindisi.
Mentre stiamo mettendo in attivazione una rete di 6 strok unit e cantierizzando l’accoglienza di 6 tac pet,  abbiamo portato ambulatori medici nell’Appennino dauno, dove una popolazione che invecchia non aveva neanche una parvenza di immediata copertura assistenziale. Abbiamo organizzato nel Gargano l’evoluzione di un servizio decisivo, per quei territori impervi, da eliambulanza in elisoccorso, ovvero una struttura complessa di trattamento d’emergenza. Un vanto e un modello per l’Italia intera.
Dico alla rinfusa e in estrema sintesi cos’altro abbiamo fatto: eliminato il ticket sulle prestazioni specialistiche e farmaceutiche, innalzando la soglia di reddito per l’esenzione. Con la destra il ticket lo pagavano quasi tutti. Con la destra si è reiterata la pratica del blocco delle assunzioni, e si è creata un doppia
malattia: si è creata precarietà e si è proceduto a selvagge esternalizzazioni.
Un conto è esternalizzare un servizio di giardinaggio, altro è esternalizzare la gestione delle ambulanze e del 118. Noi abbiamo avviato una sistematica lotta alla precarietà e alle esternalizzazioni.
Stiamo completando una intensa opera di stabilizzazione delle svariate tipologie di lavoro precario in sanità. Stiamo sperimentando forme inedite di internalizzazione, mediante costituzione di società in house (talora si tratta di uscire da condizioni di soggezione a vere imprese malavitose). Sugli appalti abbiamo introdotto: la legge regionale sulle unioni di acquisto, la legge sul divieto di acquisto di prodotti infungibili, abbiamo attivato il nucleo regionale di verifica appalti, l’osservatorio regionale prezzi e tecnologie e dispositivi medici, le linee guida acquisti sotto soglia, l’albo regionale unico dei fornitori, l’elaborazione del piano della sanità elettronica, il nuovo sistema sanitario informativo sanitario regionale, l’avvio del progetto CUP regionale, il portale regionale della salute, l’anagrafe canina, e poi ancora: la rete delle malattie rare, la rete oncologica, la banca del cordone ombelicale, la banca regionale del sangue congelato e del sangue raro, la rete regionale del sangue placentare, il potenziamento della rete regionale dei trapianti, gli interventi mirati per le persone affette da autismo. Recentemente abbiamo avviato il progetto a Taranto del San Raffaele del Mediterraneo. Abbiamo completato la prima fase art. 20 per l’edilizia ospedaliera, organizzato le strutture di formazione sanitaria, stiamo creando il registro tumori regionale, abbiamo proposto la riforma dell’Ares, approvato il prontuario terapeutico ospedaliero regionale, potenziato il servizio di telecardiologia, creato la rete delle cure palliative e incrementato gli Hospice e i posti letto. Abbiamo varato il Piano regionale di contenimento dei tempi d’attesa, il progetto di farmacovigilanza, abbiamo ampliato l’erogazione dei prodotti per celiaci, promosso la donazione degli organi.
Abbiamo ridotto la mobilità passiva: per la prima volta abbiamo un regresso nella mobilità passiva, cominciamo ad avere un dato crescente di mobilità attiva, la gente da fuori regione viene a ricoverarsi da noi, nei nostri reparti di eccellenza. Molti si curano fuori regione perché sono lavoratori emigranti che non hanno fatto il cambio di domicilio. Noi paghiamo tre volte: abbiamo speso per formarli, paghiamo ad altre regioni la loro assistenza sanitaria e loro producono PIL al nord. Alla luce di queste considerazioni trovo assolutamente insopportabili i ragionamenti di Bossi!
Sono partite le campagne di screening per il tumore del seno, del colon retto, del piano straordinario di controlli negli allevamenti a rischio diossina.
La Puglia rispetto a Regioni del Nord con la stessa popolazione, come ad esempio l’Emilia Romagna, ha 20 mila operatori e 700 milioni del riparto del fondo nazionale sanitario in meno.
Ci siamo fatti carico dei problemi degli ospedali ecclesiastici, il San Giovanni Rotondo, il Miulli di Acquaviva, il Panico di Tricase. Abbiamo concluso gli accreditamenti, per la prima volta abbiamo creato un data base del privato accreditato. Il privato? Bisognava assoldare un’agenzia di investigazione perché la Regione era abituata a pagare a piè di lista ma non c’erano carte che ci documentassero cos’era il privato. Il privato era una nebulosa, abbiamo impiegato due anni di lavoro duro per costruire la geografia del privato. Ora possiamo fare i controlli, possiamo andare a vedere se è legittimo quello che guadagnano o se ci sono aree di opacità. Di questo straordinario lavoro, che negli ultimi mesi ha avuto un andamento eroico, devo molto a un’equipe straordinaria di medici, di professionisti, di gente che ci crede e soprattutto alla meravigliosa passione di uomo come  Tommaso Fiore.
La salute pubblica non è solo negli ospedali, non è solo nei presidi ospedalieri. La salute dei cittadini parte innanzitutto dalla qualità della vita e dalla tutela ambientale. In questo ambito abbiamo avviato una vera rivoluzione.
L’istituzione di 15 parchi, compreso quello fluviale dell’Ofanto, la regolamentazione delle attività estrattive, la messa in sicurezza del sito ex Fibronit, la tutela degli ulivi secolari con una legge che non ha pari in Europa, sono solo alcuni degli interventi di tutela del territorio e di risanamento dei danni provocati da anni di incuria e di sciacallaggio ambientale.
Parliamo del ciclo dei rifiuti.
Vi rendete conto di cosa è accaduto in Puglia? Mi aspetto un avviso a comparire per prendere qualche premio perché il 5 maggio del 2005, quando faccio ingresso nella Presidenza della Regione Puglia, ci sono: 15 discariche pubbliche ad esaurimento, una infinità di discariche abusive, e neanche un impianto nuovo di rifiuti costruito o cantierizzato. C’è il piano dei rifiuti di chi è stato Commissario per 13 anni, per cui i bandi di gara sono stati fatti nel 2005. Io quando mi insedio devo attendere le sentenze del Consiglio di Stato su tutti questi bandi di gara, mentre le discariche sono quasi piene. Firmo i contratti nel giugno 2006 e subito inciampo su un problema. Il mio predecessore aveva scritto nei bandi di gara che la VIA si fa non a monte ma a valle cioè prima tu firmi il contratto con l’azienda che deve fare la discarica e i suoi impianti in quel determinato territorio, e dopo la firma si farà la valutazione di impatto ambientale. Era stato individuato come destinazione per impianti di rifiuti complessi il sito di Corigliano d’Otranto, sopra la falda che fa bere tutto il Salento. E quale doveva essere la mia cautela? La legge che sta nel mio cuore, che mi dice che non bisogna permettere, neanche lontanamente, un futuro con un danno ambientale per i cittadini di quel territorio. Quella è la legge che io ho rispettato. E a Spinazzola? Avevano individuato un sito che si chiama Grottelline. Quando abbiamo fatto il VIA, abbiamo scoperto cavità carsiche che hanno fatto slittare di molti mesi la cantierizzazione perché c’era da fare rilievi e modifiche progettuali. Io me lo sono chiesto: ma a quello che c’era prima, non gli era venuta l’idea che il sito si chiamava così era perché c’erano le grotte?
Avevamo i Comuni che non volevano associarsi negli Ato, gli ATo non avevano personalità giuridica, ognuno con il proprio appaltino per la raccolta della spazzatura. Oggi la situazione qual è? Con l’eccezione di Corigliano d’Otranto, che sta per essere completato, abbiamo costruito e inaugurato tutti gli impianti per la selezione della frazione secca e della frazione umida, quelli per la biostabilizzazione, quelli per la produzione di CDR, le discariche di servizio-soccorso, per un ciclo completo. Sono orgoglioso perché ho chiuso discariche che rappresentavano degli ecomostri, ho chiuso la discarica di Nardò, la discarica di Altamura, la discarica di Ugento, chiuderò entro il 31 dicembre la discarica di Conversano. Possiamo fare in Puglia quello che è successo nella cittadina di Candela che è passata in pochi giorni da una percentuale del 2 per cento a una percentuale del 53 per cento di raccolta differenziata. Abbiamo chiesto a Lino Banfi di essere testimonial della campagna sulla raccolta differenziata e abbiamo portato nelle scuole medie inferiori e superiori dei diari scolastici sul tema della RD. Vogliamo promuovere il rema del riciclo, far nascere aziende legate al recupero: i rifiuti non come un problema ma come una risorsa. Noi come Europa e non come pezzo arretrato di un’Italia stanca e indolente. Abbiamo voluto rappresentare l’altro sud concretamente in queste settore. Abbiamo evitato infrazioni comunitarie cantierizzando le bonifiche nel sito inquinato di interesse nazionale di Manfredonia, abbiamo aperto il varco alla bonifica dei siti di Brindisi e di Taranto. Non abbiamo un Governo nazionale che vuole interloquire con noi e mettere mano al portafoglio, anzi questo Governo tende a usare il nostro portafoglio per fare qualunque operazione. Viene qui e toglie alle regioni del sud le risorse comunitarie, le risorse aggiuntive che sono destinate a colmare gli squilibri di sviluppo e li usa per operazioni propagandistiche.
La cosa più bella che abbiamo fatto in questi ani, lo dico per me, è avvenuta in una città che è simbolo per il Mezzogiorno, delle sue piaghe, delle sue sofferenze, delle sue cicatrici, ma anche del suo diritto a sperare. Parlo di Taranto, la bellissima e meravigliosa Taranto. Con quei bambini angosciati, i bambini di Taranto che non hanno sogni ma hanno incubi, che hanno al centro del loro immaginario quelle lingue di fuoco che divorano il cielo, la fabbrica mostro.
Abbiamo detto si, possiamo ascoltare la voce di quei bambini che fanno l’esperienza della malattia, talvolta della morte. La voce di chi vive in quartieri che sono sottoposti al bombardamento degli inquinanti, come il quartiere Tamburi. A loro vogliamo dare un segno di speranza e abbiamo qui, in questa Puglia voluto vincere, non fare la battaglia - perché ora devo dire una cosa aprendo una parentesi -. A molti che vengono dalla mia storia, a molti che sono stati come me, o sono come me estremisti: noi non possiamo cavarcela con l’idea che basti fare le battaglie, sventolare una bandiera, che anche se siamo sconfitti, anzi talvolta c’è, se posso dire così, una sorta di estetica della sconfitta, è il tema della bella morte, della sconfitta in politica. La sinistra ha proprio una specie di pulsione al naufragio, un’attitudine al masochismo infinito. Noi abbiamo il dovere di vincerle le battaglie. E quella battaglia l’abbiamo vinta: è la legge che costringe l’Ilva entro quest’anno ad abbattere in maniera considerevole, ed entro l’anno prossimo a riportare quella che è la più grande realtà siderurgica d’Europa dagli attuali 10 nanogrammi di diossine e furani per metro cubo a 0,4 nanogrammi che è il dato più avanzato d’Europa. E noi ci sentiremo Europa per questa ragione. Così come a Brindisi abbiamo detto che era meglio che si toglievano dalla testa l’idea del rigassificatore, l’idea di un’ennesima grande azienda a rischio di incidente rilevante, perché Brindisi invece ha il diritto di recuperare il rapporto col mare, il water front, con l’acqua, con un porto straordinario e con un’altra idea di sviluppo. E sono state le battaglie che ha fatto in prima persona e con me, e lo ringrazio molto, lo ringrazio per tante ragioni, lo ringrazio per la generosità, per la lealtà, Michele Losappio che voglio abbracciare e che oggi continuano ad essere l’attività quotidiana di uno degli uomini che mi ha insegnato che cosa significa in politica saper cogliere le sfumature dell’umanità, saper sdrammatizzare, e lo ringrazio anche per questa lezione. Parlo di Onofrio Introna.
Qui poi l’ambiente non è soltanto quello naturale, è l’ambiente antropizzato. Abbiamo finanziato i laboratori teatrali, le attività archeologiche, la ristrutturazione degli immobili storici, degli archivi, delle biblioteche, abbiamo completato - e come dice il poeta - a proposito di qualcun altro “il gesto ancor m’offende”, la ricostruzione di un grande teatro. Vedete Bari negli anni della destra ha avuto due simboli che parlavano di una certa idea del potere: le macerie del Petruzzelli e un ecomostro invece in piedi di fronte al mare. Quello che deve simboleggiare l’orgoglio della stagione del cambiamento di centro-sinistra è che poi abbiamo rimosso l’ecomostro e abbiamo ricostruito il teatro. E di questo io devo rendere merito a un grande sindaco italiano come Michele Emiliano.
E poi 164 laboratori urbani partoriti da un programma dei Bollenti Spiriti, col contratto etico, con principi attivi, fiore all’occhiello delle politiche per le nuove generazioni. Abbiamo fatto teatro, musica, danza, spettacolo, avanguardia artistica nel circuito dei castelli medievali sotto la guida di Bonito Oliva. Poi abbiamo inventato il cinema, il cinema che non c’era con Apulia Film Commission, con il Festival Internazionale del Cinema, con quello che sta nascendo come polo digitale, con i due cineporti che stiamo per inaugurare qui in Fiera del Levante e a Lecce. E abbiamo vissuto le politiche culturali come dialogo, come conoscenza, come cultura della memoria. Abbiamo organizzato i treni della memoria, che hanno attraversato la Puglia e poi si sono diretti verso Auschviz ma abbiamo non solo detto l’orrore della Shoah abbiamo raccontato la gioia di una diversità che vorremmo riaccogliere con noi. Parlo dell’Ebraismo, qualche mese fa all’inizio di settembre abbiamo fatto Negba che significa in ebraico “verso sud”, il festival della cultura ebraica, festival nazionale qui in Puglia con un’idea: cinque secoli fa la Santa Inquisizione cacciò dalla nostra terra le colonie di ebrei e noi vorremmo riprenderci quel pezzettino di ricchezza identitaria che fa di quel passato qualcosa che va conosciuto, investigato. Tutto questo sentendoci nel Mediterraneo costruttori di politiche di cooperazione, di pace. Se uno, se noi dovessimo raccontare quello che abbiamo fatto per l’Albania, la costruzione dell’istituto epidemiologico nazionale in Albania, la costruzione delle prime campagne di screening per il tumore delle donne, la costruzione del primo centro trapianti per la donazione del rene da vivente nel Madre Teresa di Calcutta di Tirana. La prima campagna di archeologia marina, lungo la costa albanese. Tutte queste attività sono state la diligenza, la fatica, il puntiglio, la passione di Silvia Godelli. Abbiamo pensato poi: siccome avevamo il carbone, la cenere che assediavano i nostri polmoni, le nostre vite, cerchiamo di andare in una direzione alternativa, facciamo il gioco delle energie alternative e facciamo che le energie rinnovabili non diventino soltanto l’implementazione dei parchi, ma facciamo che diventino una specializzazione industriale, un’idea di nuovi apparati produttivi. Facciamo venire qui le fabbriche che fabbricano le pale eoliche di ultima generazione o i pannelli fotovoltaici di ultima generazione. Così siamo diventati in questi anni da zero i primi italiani produttori di energie rinnovabili: primi nell’eolico, primi nel solare. E naturalmente nel rinnovabile sappiamo anche quali sono i pericoli e i rischi che noi vorremmo contrastare ma che sono anche figli di una regolamentazione che è prevalentemente comunitaria e nazionale e che ci da poco spazio.
L’acqua: abbiamo fatto il primo piano di assetto idrogeologico. Voi non vi ricordate: in Puglia non c’era. Mancava, c’erano sedici anni di ritardo e non si poteva fare perché come ragionava la destra? Non si può fare perché le cartografie dei comuni sono arretrate; abbiamo l’andamento alluvionale del 1911 come fai a fare il piano di tutela delle acque? Io ho detto facciamo una cosa autoritaria una tantum per il bene della nostra vita: diciamo che è tutto zona rossa, diciamo ai comuni che non possono costruire più niente finché non ci portano loro la cartografia aggiornata. E noi procediamo alle deperimetrazioni. E’ durata un anno ma il piano di assetto idrogeologico ha messo in sicurezza il nostro territorio in cui ogni tanto un piccolo evento meteorologico rende effetti paradossali: vedere sprofondare a Gallipoli un palazzo che fa un cratere del diametro di trenta metri o sentire che a Gravina di Puglia ci sono rischi analoghi significa accorgersi che il ciclo dell’edilizia del passato non ha conosciuto leggi che non fossero quelle del profitto e che si è pensato di poter assaltare il territorio e magari cementificare i corsi d’acqua e la costa e produrre un danno che continua a durare ogni giorno contro cui noi vogliamo operare. Acqua bene comune abbiamo detto. Che significa? Lo dico con le parole mie ma parlare dell’acqua come bene economico è veramente bestemmiare contro Dio. L’acqua è diritto universale, è bene comune, non si può immaginare che si conferisca valore economico all’acqua. Vedete nel mondo intero stanno facendo la retromarcia rispetto ai processi di privatizzazione. A Parigi, quest’anno parte la ripubblicizzazione dell’acquedotto della capitale. Arezzo, non sanno come uscirne, uno dei guazzabugli più infernali, un fallimento totale. Perfino in America: ad Atlanta stanno tornando indietro. E in America latina dove hanno fatto le privatizzazioni hanno vissuto l’esperienza di rischiare la messa fuori legge della possibilità di raccogliere una bacinella di acqua piovana. L’acqua integra il diritto alla vita. Noi non abbiamo solo proclamato un principio, ma abbiamo fatto opere: abbiamo fatto partire l’appalto per la ricerca perdite consentendo a noi di risparmiare sull’acqua sprecata 25 mln di metri cubi ogni anno, abbiamo fatto il telecontrollo, abbiamo modernizzato l’azienda, abbiamo in questo momento cantieri per mezzo miliardo di euro aperti in tutta la Puglia e abbiamo investimenti per un miliardo di euro e l’azienda ha internalizzato il ciclo della depurazione prendendo finalmente in gestione quei depuratori che erano cattedrali nel deserto. Mancavano le piccole opere di collettamento ai recapiti finali. Noi li abbiamo costruiti e la nostra prospettiva ora con gli impianti di raffinamento è di portare nelle campagne e nelle attività economiche non l’acqua tolta al potabile ma l’acqua depurata che da noi è depurata quasi potabile. Una rivoluzione quella che vogliamo fare. Con Onofrio Introna prima e con un neo assessore al cui lavoro, fatica, passione rendo merito come Fabiano Amati che fa ottimamente l’assessore ai lavori pubblici. Così come è oggi con le opere che riguardano la futura galleria Pavoncelli  e quella diga di Piano dei Limiti che nessuno Zaia potrà togliere dai nostri diritti. Oggi noi siamo nella condizione di svoltare.
Le città, qui c’è un nome che hanno imparato a conoscere tutti i sindaci e gli amministratori di Puglia, è un nome di straordinaria competenza intellettuale e operativa, la mia Assessora Angela Barbanente.
I progetti di riuso e riqualificazione delle periferie, il risanamento degli IACP (vi ricordate cos’erano? Erano dislocazioni del consenso elettorale; oggi sono il luogo che tenta di produrre il diritto alla casa con regole di assoluta trasparenza), la rigenerazione urbana, i 129 PIRP approvati, la messa in opera di un Servizio Informativo Territoriale che ci invidiano in tutto il Paese, la semplificazione e velocizzazione di tutte le pratiche di approvazione degli strumenti urbanistici, il sostegno all’affitto (18 meuro con cui abbiamo coperto i tagli governativi), gli investimenti crescenti per l’edilizia residenziale sociale, la moralizzazione degli IACP.
Abbiamo affrontato la sfida del sistema dei trasporti, la sfida dell’intermodalità, la Puglia come piattaforma logistica. Pensiamo a cosa è accaduto agli Aeroporti. Mentre crollava il mercato aereo nazionale ed internazionale, noi abbiamo registrato un notevole incremento del traffico aereo, del 23% a Bari, del 13% a Brindisi, abbiamo messo in rete questi due aeroporti con l’Aeroporto Gino Lisa di Foggia, con l’Aeroporto di Grottaglie. Pensiamo di lavorare a un sistema complesso di aeroportualità che aiuti i nostri giovani e le nostre imprese a volare, a essere protagonisti in questo mondo. Abbiamo investito sui porti, sul collegamento tra aeroporti e porti, sulle ferrovie.
Abbiamo investito 170 meuro investiti nel rinnovo dei vettori ferroviari, per l’acquisto di treni d’avanguardia, di 80 nuovi autobus urbani e 291 autobus interurbani privi di barriere architettoniche. 
Da 5 anni sosteniamo lo sconto del 10% a favore dei pendolari e degli studenti, tramite l’abbattimento del 10% sul costo degli abbonamenti mensili e settimanali ai servizi interurbani. Abbiamo messo in cantiere il treno veloce tra Bari e Napoli e il nodo ferroviario di Bari. Tutto questo con la sapienza, la determinazione, la saggezza, del mio Assessore Mario Loizzo.
Abbiamo avviato la conversione della nostra agricoltura, con il piano di sviluppo rurale, con il riconoscimento marchio Prodotti di Puglia. Nonostante la crisi disperante del mondo agricolo a fronte della quale c’è l’insostenibile leggerezza dell’essere di un Ministro leghista, del Ministro all’Agricoltura, Zaia, contro cui sento l’impegno di chi ho nominato Assessore  dentro una scommessa, dentro una volontà di apertura e lo ringrazio per aver avuto il coraggio di venire a dirigere un Assessorato importante, una specie di organizzazione affannata, di un mondo tradizionalmente legato agli ammortizzatori sociali piuttosto che con la voglia di cimentarsi con nuovi modelli produttivi. L’agricoltura come pachiderma  e anche l’Assessorato regionale è stato organizzato nel tempo come una specie di bardatura di questo pachiderma. E invece c’è bisogno di far correre l’agricoltura verso gli orizzonti dell’innovazione, del cambiamento del processo produttivo, e io ringrazio molto Dario Stefano, ottimo Assessore.
Abbiamo affrontato questa crisi economica ma ci siamo arrivati prendendo fiato, prendendo la rincorsa, perché avevamo organizzato i distretti produttivi di filiera, per la prima volta. Le risorse comunitarie, le risorse nazionali, arrivavano come una pioggia di soldi su tutti quelli che stavano nel territorio. Noi abbiamo detto alle imprese: i soldi ve li diamo se vi organizzate in filiere produttive, se organizzate sistemi collettivi di marketing, di commercializzazione, noi vi finanziamo se fate progetti innovativi, se volete andare nel mare magnum de mercati globali non a vendere lo schiavismo, a vendere prodotti che sono convenienti perché sono fatti con la riduzione del costo del lavoro, ma a vendere prodotti che hanno i contenuti straordinari. Per esempio quelli legali alla dieta del Mediterraneo, i nostri prodotti di talento, delle eccellenze, le qualità certificate.
Abbiamo fatto sull’innovazione la scommessa fondamentale, abbiamo costruito il distretto dell’innovazione della meccatronica, delle nano e biotecnologie, del distretto agroalimentare, della produzione di energia pulita. E oggi abbiamo nell’Arti un punto nazionale di interesse per le culture dell’innovazione, mi riferisco a Giuliana Trisorio Liuzzi che oggi dirige l’Arti regionale.
Abbiamo varato il più poderoso piano di misure anticicliche - lo dico pensando alla mia Vice Presidente Loredana Capone: la ringrazio per l’affetto, per l’amicizia, per la passione - di sostegno alle imprese, alle donne, ai giovani, ai precari della scuola. La Gelmini ha tagliato, nella carne viva dei precari della scuola e noi abbiamo investito 22 milioni di euro per provare a trattenerne 1500 da usare come esercito mirato a combattere la dispersione scolastica. Loro vogliono premiare le scuole e le università di serie A, che sono di serie A perché hanno intorno apparati produttivi ricchi, perché sono nelle regioni del nord. Noi vogliamo premiare le scuole di serie Z. Abbiamo detto: mandiamo questi lavoratori della scuola a lavorare nelle scuole di periferia, laddove c’è il disagio e laddove si perde di strada un ragazzino o una ragazzina.
Oggi abbiamo finito di scrivere un progetto che può essere pilota, usare nella raccolta differenziata la domanda di lavoro di tutti coloro che sono appesi in un limbo, quelle persone licenziate da tanto tempo e che non sono più precarie, non sono più niente, non sono più giovani e non sono più vecchi, non hanno stipendio e non hanno pensione; io penso ci possa essere un piano di formazione e di recupero di questa porzione di umanità che vive nell’abbandono.
Abbiamo nelle attività del turismo ragioni di primato assoluto: mentre in Italia precipitava, in Puglia cresceva, la provincia di Foggia ha persino superato la provincia di Lecce ma la Puglia è diventata la seconda meta dopo la Sicilia del turismo degli italiani, ed è la seconda meta dopo la Toscana del turismo degli inglesi.
La Puglia sta crescendo in maniera considerevole perché sta scoprendo la destagionalizzazione dei flussi turistici. Di questo io ringrazio chi ha fondato il percorso, Massimo Ostillio, e Magda Terrevoli.
Ringrazio L’Assessore Michele Pelillo che con il suo predecessore, Francesco Saponaro, ha fatto delle operazioni importanti. Sapete cos’è la finanza derivata? Noi eravamo immersi in quella palude perché il Quintino Sella che aveva governato la Puglia nella scorsa legislatura aveva millantato nella Sanità un bilancio in attivo di nove milioni di euro. Ma quella delibera del 2001 con la quale accendevano un mutuo di 800 milioni di lire per coprire i debiti della Sanità non pesa in questo ragionamento. E il fatto che nei bilanci delle Asl si scrivessero come crediti esigibili quelli che erano inesigibili, che quindi diventano debiti, non veniva preso in considerazione. Hanno ballato il valzer, come noi per un periodo, di una contabilità leggera e di facili costumi. Oggi siamo in una situazione nella quale ci siamo liberati delle ipoteche drammatiche che significavano una cosa sempre: che se la General Motors in America andava male falliva l’AQP. Se Aqp andava bene guadagnava Merrill Lynch. La finanza derivata è una straordinaria acrobazia, una magia delinquenziale che è stata il cuore della finanziarizzazione dell’economia.
Noi abbiamo fatto questo avendo a cuore il sud che si riprende la parola, il sud che non vuole solo competere ma vuole anche cooperare, il sud che non accetta il discorso negativo che viene fatto dagli altri, un sud che è una specie di inferno dantesco, il sud che è solo ed esclusivamente Gomorra. Il Sud è Gomorra ma è anche Roberto Saviano, è anche una generazione che ha riempito le strade di Bari nella lotta contro la mafia, il sud è anche la dignità e l’orgoglio di chi fatica tutti i giorni rispettando le regole. Il Sud è tante cose, il sud è anche eccellenza, il sud è anche talento, il sud è anche dignità.
Abbiamo chiesto aiuto a uno degli intellettuali più puntigliosi, più acuminati di questo nuovo meridionalismo che non fa sconti a se stesso; io non voglio un Sud sudista, lo so che nel sud ci sono patologie antiche e moderne, so che siamo assediati dalle mafie, dalle sub mafie, dalle paramafie, so però che abbiamo bisogno di parlare in prima persona delle nostre ombre per poter dire le nostre luci e per poter indicare alle giovani generazioni un cammino positivo. Grazie  a Gianfranco Viesti per averci aiutato in questo lavoro.
Eccoci nel compito fondamentale, non solo raccontare quello che io ho raccontato a voi, raccontare il senso di un cammino, un’esperienza in cui ci sono sconfitte, errori ma c’è anche un cambio di passo, un salto epocale per questa Regione. La Regione che era fanalino di coda, nelle Regioni del Sud nel 2005, secondo i dati Svimez e della banca d’Italia, la Regione che diventa la locomotiva di testa del Mezzogiorno d’Italia.
Dobbiamo lavorare per mettere insieme un’alleanza grande, grande perché deve essere capace di lavorare non solo per i pugliesi ma anche per l’Italia, un’alleanza che sappia guardare al disagio che vi è dentro tanti ceti sociali e dentro tante culture politiche rispetto al modo di governare del centrodestra.
Per le famiglie operaie la crisi sarà un processo lungo, per gli squali che hanno portato quelle famiglie al collasso, se saranno ‘beccati’, ci sarà un processo breve e cioè l’immunità, l’impunità.
A destra oggi è difficile scorgere quella moderazione che era figlia dell’idea che in una società complessa ci fossero molti interessi in gioco, e che bisogna saperli ascoltare nella loro varietà. Che non si può pensare di assumere un punto di vista e di viverlo come una tensione totalitaria, bisogna essere capaci di mediazioni, di compromessi. Il compromesso non è necessariamente una cattiva pratica se fatto avendo un orizzonte ideale e una bussola forte.  
Bisogna sapere che siamo assediati dai fondamentalismi, dal fondamentalismo del mercato, dal fondamentalismo religioso, dal fondamentalismo politico; e questa è una società complessa e se nella società complessa vincono gli urlatori, gli hooligans, questo accade anche nella politica. E se pensi che basti un gesto salvifico per cambiare un mondo che invece è collocato dentro una deriva difficile e drammatica, allora abbiamo già perso. Noi dobbiamo costruire larga che sappia capitalizzare i disagi che tanta parte della società meridionale vive a causa della destra.
Dobbiamo mettere insieme un’alleanza democratica, un’alleanza meridionalistica, un’alleanza per la moralizzazione della vita pubblica, che sia larga, plurale. Il Pd è il perno più importante della mia esperienza di governo e dell’alleanza che bisogna costruire. Non dirò niente del Segretario del Partito democratico, Sergio Blasi, e del suo Presidente, Michele Emiliano: è troppo grande e nota l’amicizia che ogni tanto qualche giornalista si diverte a raccontare di crisi che esistono forse nel desiderio di qualche nostro avversario ma che difficilmente vedrete in azione.
Dobbiamo parlare con le forze politiche di opposizione alle destre. Con tutte le formazioni a sinistra del Pd. Con i comunisti. Con Idv. Con i radicali. Con i repubblicani europei. Con i pensionati. Con i moderati e i centristi. Non per fare l’arca di Noè ma per costruire un patto per il futuro.
Voglio ringraziare sinceramente Pierferdinando Casini per l’esempio di civiltà della politica che ha dato ieri a tutti. Le parole che ha detto sulla mia persona sono rare in un’epoca di barbarie; non era difficile dirle, le nostre vite sono pubbliche, per chi per 4 legislature del Parlamento e per 5 anni alla Presidenza della Regione è stato ogni giorno esposto su un palcoscenico pubblico è difficile immaginare che ci sia un livello della propria vita che ne contraddice il senso. Avendo dedicato tutta la mia vita a qualunque trincea di legalità, di giustizia, di verità, improvvisamente qualcuno ha pensato che questa storia poteva essere giocata con i dati di qualche compromesso, di qualche spregiudicatezza, di qualche sottovalutazione. Casini ha detto quello che tutti sanno e io lo ringrazio, lo ringrazio molto. Perché atti illegali, se ci sono, non sono certo quelli che io ho fatto ma sono quelli che io ho subito in questi ultimi mesi.
Dico a Casini discutiamo di programmi, di lotta alla povertà, politiche per le famiglie, cose concrete su cui noi ci siamo misurati. Caro Pierferdinando, c’è un problema di leader della colazione? Bene, ti ascolto. In un campo più largo però, nel campo largo di un’alleanza io penso che non si possono né imporre, né subire dei veti.
Io non ho un problema personale ma politico. Perché sono l’unico Presidente di Regione nella storia italiana ad stato eletto non dalla cicogna delle segreterie dei Partiti ma attraverso un processo di popolo che sono state le primarie.
Io non dico a Casini: ah è così? Allora io me ne vado da solo. Innanzitutto non mi piace la solitudine, secondo, io rilancio, parliamo di politica, troviamo un leader insieme, facciamolo nell’unico modo in cui è consentito, per non snaturare il segno di un’esperienza. Torniamo a un processo democratico, torniamo a fare le primarie!
Ho letto che dei blogger hanno organizzato una giornata di ribellione contro le destre a Roma, il 5 dicembre. Dopo quello che è accaduto l’altro giorno, il varo di una legge che per salvare Berlusconi rischia di inficiare la macchina della giustizia, il sentimento della giustizia che ne viene travolto, vi confesso che io ho voglia di andare a Roma il 5 dicembre e trovarmi in quella grande manifestazione. Perché penso che tutti noi dobbiamo abbandonare furbizie e divisioni e sentire la densità di questa notte senza fine che sta vivendo la nostra Repubblica.
Dobbiamo ritrovare in una trama collettiva il senso dell’agire politico.
E’ l’unico antidoto per i tempi cattivi che viviamo, e per me è stato l’unico antidoto per il dolore e la solitudine: dico di me, dell’assedio che ho visto attorno alla mia persona. Della bassezza, della volgarità, della malafede, della banalità del male che si subisce talvolta senza aver voglia neppure di difendersi: ai confezionatori di veline diffamatorie vorrei dire che il loro è tempo perso, che c’è un popolo che capisce la volontà pregiudiziale di colpire Nichi Vendola perché è una anomalia ed è una anomalia che oggi riapre la sua fabbrica. Non c’è velina diffamatoria che possa cancellare storie, narrazioni e cammini di una vita.
Ma se mi stacco dalle mie emozioni, capisco di aver sperimentato uno dei sintomi della malattia italiana: la politica come violenza governata, come teoria del comando plebiscitario e disciplinare, come complicità diffusa verso l’ordinaria barbarie in cui viviamo: per reagire alla barbarie ho voluto intitolare la sede del Governo regionale a una ragazza africana morta durante i respingimenti, a Ester Ada.
E la barbarie con cui noi viviamo, quelle delle decine di suicidi mensili nelle nostri carceri di cui non ci si occupa più.
Nel mondo va in scena Obama e qui da noi lo scudo fiscale. Abbiamo l’appuntamento di Copenaghen, che rinnova l’appuntamento di Kyoto, ma noi italiani guidiamo la dissidenza inquinatoria, siamo nel club esclusivo degli amici del CO2.
Noi siamo la Puglia che in Italia vuole essere una spina nel fianco nei confronti di queste culture, di queste politiche. Vogliamo essere la Puglia che continua a credere nella bellezza.
Torno al punto di partenza, ad una politica che è fatta di confronto anche aspro ma non di trappole costruite con tecniche professionali, non di violenza verbale, non di urla scomposte. La politica che non si pensa onnipotente, che non ha tutte le risposte ma che ci tiene a non smarrire le domande, che ha un occhio sempre aperto sulle fragilità, che sa indirizzare socialmente i cantieri del profitto, che sa dare speranza ai bambini. Che sa accoglierne il respiro, riconoscerne i diritti, rispettarne la soggettività. Se la politica non si ferma a discutere dei bambini a che serve la politica?
La politica che ci rende tutti protagonisti e produttori in questa fabbrica di desideri, la politica che oggi è soprattutto un desiderio corale di lavoro, di fuoriuscita dalla precarietà e dalla paura, di connessione con reti sociali solidali.
La destra è una fabbrica di paure. Un principio di separazione che moltiplica esponenzialmente i propri effetti. La destra è mettere sul conto di chi sta peggio gli abusi di chi sta meglio. La destra è l’idea semplice che valgono le regole di chi è più forte ed è anche in grado di difendersi con fitte reti di consenso. La destra è il velleitarismo ma anche la valenza ideologica delle ronde securitarie. La destra è il progetto della precarietà globale, dalla scuola sgonfia e umiliata per i tagli fino alla precarietà del mercato del lavoro, alla precarietà del vivere quotidiano, fino alla precarietà dello smarrirsi in una modernità acidula e cattiva.
‘Accendete gli impianti - mi pare sia una citazione Brechtiana - già sento il rombo della sirena, che si aprano i cancelli della fabbrica, che si cominci’. Che sia per tutti e per tutte un buon lavoro. Bisogna essere molto grati a tutti quelli che hanno organizzato, programmato e allestito una fabbrica bella come questa. Sono tutte persone che hanno impiegato volontariamente in questi giorni tanta parte del loro tempo. Sono volontari che vivono una militanza a progetto, nel nome di un sogno che non si è mai spento. Continuare ostinatamente a volere e a costruire una Puglia migliore.


7 Febbraio 2012 / autore: Nichi

Post: Dimissioni in bianco

Il governo vuole affrontare la vergogna delle dimissioni in bianco e trovare una soluzione?
Bene, la soluzione indicata dalla legge 188, che fu per prima abrogata dal governo Berlusconi, è quella efficace e semplice. [...]Continua >

6 Febbraio 2012 / autore: redazione

Post: Ossessionati…

Vi proponiamo un'intervista rilasciata oggi da Nichi all'agenzia Dire:
1) La riforma del lavoro. Dopo Fornero e Monti anche il ministro Cancellieri: tutto il problema sembra sia quello di 'sfissare' il posto, la necessità di avere mani libere per licenziare...
Siamo di fronte ad una autentica ossessione ideologica [...]Continua >


4 Febbraio 2012 / autore: Nichi

Post: Governo di destra

ll professor Monti, con grande onestà intellettuale, esce fuori da quel recinto asetticamente neutro di tecnico, scende dalla cattedra del tecnico e sale sulla cattedra politica: la sua politica è di destra. [...]Continua >

3 Febbraio 2012 / autore: Nichi

Post: Conservatore

Questa volta non siamo di fronte ad una battuta infelice come quella della monotonia del posto fisso. Il presidente Monti con grande onestà intellettuale ha svolto un discorso organico, la cui cifra è difficilmente riconducibile ad una mera nozione tecnica. [...]Continua >

2 Febbraio 2012 / autore: Nichi

Post: Intimidazione

L'ho detto pubblicamente una settimana fa e oggi ho ulteriori motivi per riconfermarlo: non ho nessuna fiducia in questo Parlamento. Un Parlamento che non ha né voglie né titoli morali per cambiare in meglio il nostro Paese. [...]Continua >