Gli strumenti e le norme con cui in Puglia abbiamo voluto garantire diritti e condizioni di vita dignitose per i migranti, anche non regolari, sono conformi alla Costituzione. Lo ha stabilito la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 299/2010, dichiarando inammissibili e infondate le contestazioni contenute nel ricorso della Presidenza del Consiglio, che aveva impugnato la legge regionale pugliese n. 32 del 4 dicembre 2009, sull’accoglienza, la convivenza civile e l’integrazione degli immigrati. È una vittoria dello spirito con cui in questi anni abbiamo costruito politiche di accoglienza, solidarietà e cooperazione in grado di tutelati i diritti degli immigrati, anche se sprovvisti di permesso di soggiorno: la Corte ha considerato legittime le nostre disposizioni che garantiscono ai migranti le cure urgenti e continuative, comprese la scelta del medico di fiducia e l’assistenza farmaceutica. È stata vinta una battaglia di civiltà. È stata scritta una bella pagina del diritto del nostro paese, che mi piacerebbe tracimasse i confini regionali quasi a fungere da campanello d’allarme in una società, la nostra, che troppo facilmente riduce i migranti ad un problema di ordine pubblico, li presenta come dei fantasmi, il fantasma del pianerottolo, che usa a piene mani ogni tipo di stereotipo, dentro quell’antica attitudine per cui è deviante tutto ciò che è povertà: la povertà minaccia questo mondo, la povertà è una colpa, la povertà è un reato, quindi merita la sospensione dei diritti anche i più fondamentali. Davanti a uno slittamento semantico, ideologico e politico di grande livello, che torna nella storia della società europea e delle società mondiali, in tutte le epoche di transizione - il processo di criminalizzazione della povertà e della diversità - noi tuteliamo un bene indisponibile, la vita. E questa sentenza è un segnale importante in un mondo in cui prevale la logica di Caino, un mondo in cui l’essere vivente è oggetto di sacralizzazione retorica prima di essere abbandonato.


